Il futuro del calcio italiano non si decide soltanto negli stadi della Serie A o nelle competizioni internazionali. Si costruisce soprattutto sui campi di provincia, nelle scuole calcio e nelle migliaia di associazioni sportive dilettantistiche che ogni giorno accompagnano la crescita di bambini e ragazzi. E proprio da questo mondo arriva una fotografia che dovrebbe far riflettere l’intero sistema sportivo nazionale: quasi un allenatore o componente dello staff tecnico su due ha almeno 45 anni, mentre giovani e donne continuano a essere poco rappresentati.
A evidenziarlo è un’indagine realizzata dalla piattaforma Golee, che ha analizzato 23.426 figure tecniche e di staff registrate nel proprio gestionale, affiancando ai dati un sondaggio rivolto ad allenatori e dirigenti delle società dilettantistiche.
I numeri raccontano una realtà precisa: il 48,6% delle figure analizzate ha almeno 45 anni, con una prevalenza della fascia compresa tra i 45 e i 54 anni, che rappresenta il 25,4% del totale. L’età media è di 42,9 anni, mentre gli under 25 costituiscono appena il 13,6%.
Non è certamente l’esperienza degli allenatori più maturi a rappresentare un problema. Al contrario, sono proprio queste persone, spesso impegnate con passione e sacrificio, a garantire la sopravvivenza di tante piccole realtà sportive. Il vero interrogativo riguarda il ricambio generazionale e la capacità del sistema di coinvolgere nuove figure, offrendo opportunità di formazione e crescita.
Ancora più evidente è lo squilibrio di genere. Gli uomini rappresentano l’87,7% degli staff tecnici, contro appena il 12,3% delle donne. Un segnale incoraggiante arriva tuttavia dalle generazioni più giovani: nella fascia tra i 18 e i 24 anni la presenza femminile raggiunge il 27%. Un cambiamento che potrebbe contribuire a rendere il calcio dilettantistico più inclusivo e rappresentativo della società.
L’indagine affronta anche le difficoltà strutturali del movimento. Il 58,3% degli operatori intervistati considera l’assenza dell’Italia dai Mondiali il sintomo di problemi più profondi, legati soprattutto alla formazione dei giovani, all’organizzazione delle società e al modello calcistico nazionale.
Per il 69,5% degli intervistati, le associazioni sportive dilettantistiche possono svolgere un ruolo importante nel rilancio del calcio italiano. Ma per riuscirci servono condizioni adeguate: il 33,1% segnala la carenza di risorse economiche, il 31,2% chiede maggiore formazione per tecnici e dirigenti e il 19,4% indica la necessità di strumenti tecnologici più efficaci.
Tommaso Guerra, fondatore e amministratore delegato di Golee, sottolinea come l’esperienza di allenatori, dirigenti e volontari rappresenti un patrimonio da preservare, ma che debba essere affiancato da nuove energie. Investire sulle giovani generazioni e favorire una maggiore partecipazione femminile significa ampliare le opportunità educative e rafforzare il movimento sportivo.
Dalle società emergono inoltre richieste concrete: impianti migliori, meno burocrazia, maggiore sostegno economico e soprattutto un approccio al calcio giovanile che riduca l’ossessione per il risultato, privilegiando la formazione e il benessere dei ragazzi.
La questione, dunque, va ben oltre l’età degli allenatori. Riguarda il futuro di uno sport che continua a essere uno dei principali strumenti di aggregazione sociale del Paese, ma che troppo spesso si regge sull’impegno personale di tecnici, dirigenti e volontari.
Se il calcio italiano vuole davvero ripartire, deve cominciare dalle proprie fondamenta. Non bastano nuovi talenti da mandare in campo: servono persone preparate per accompagnarli, strutture accessibili, investimenti e una cultura sportiva capace di mettere la crescita dei giovani prima della vittoria a ogni costo. Perché senza un calcio di base forte, anche il futuro della Nazionale rischia di restare fragile.



