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Edizione MondoRarolunedì, 26 Ottobre 2026

Cronaca, politica, società e voci dal presente

Gli italioti...e altri "ioti"...

Youssef Siher, il terrorismo e la presunzione di innocenza: quando la propaganda rischia di sostituirsi alla giustizia?

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C’è una pessima abitudine in Italia: sbattere il mostro in prima pagina prima ancora che un tribunale abbia stabilito se quel mostro esista davvero. Basta un’indagine, un fermo, un’accusa particolarmente grave e la macchina del giudizio mediatico comincia a macinare titoli, fotografie, dichiarazioni e sentenze popolari. La giustizia, quella vera, può attendere. Il processo mediatico, invece, deve consumarsi immediatamente.

È quanto rischia di accadere anche con Youssef Siher, il trentenne italiano fermato su disposizione della Procura di Milano nell’ambito delle indagini sul cosiddetto Movimento 17 ottobre, collegato dagli investigatori agli scontri avvenuti nel capoluogo lombardo. Le accuse sono pesanti: istigazione a delinquere, violenza organizzata nelle manifestazioni pubbliche e terrorismo. Accuse gravissime, che meritano indagini rigorose, accertamenti approfonditi e, qualora venissero dimostrate, le conseguenze penali previste dalla legge.

Ma fermiamoci su un punto fondamentale: essere indagati non significa essere colpevoli. Essere fermati non significa essere condannati. E un’ipotesi investigativa non è una sentenza.

Non è un’opinione personale. È un principio costituzionale. L’articolo 27 della Costituzione italiana stabilisce che l’imputato non è considerato colpevole sino alla condanna definitiva. Un principio che dovrebbe rappresentare uno dei pilastri della nostra democrazia e che, invece, troppo spesso sembra diventare facoltativo a seconda del nome, della provenienza, delle idee politiche o della convenienza del momento.

Quando a finire sotto inchiesta sono determinati esponenti politici, anche appartenenti al governo in carica o a quelli precedenti, la presunzione di innocenza viene giustamente invocata, difesa e ripetuta fino allo sfinimento. Si ricorda che un avviso di garanzia non è una condanna, che bisogna aspettare i giudici, che nessuno può essere criminalizzato prima di un processo.

Benissimo. Sono assolutamente d’accordo.

Ma allora perché lo stesso principio non dovrebbe valere per Youssef Siher?

La Costituzione non cambia a seconda di chi occupa Palazzo Chigi, di chi siede in Parlamento o di chi manifesta in una piazza. Non esistono cittadini ai quali riconoscere maggiori garanzie e altri ai quali negarle perché politicamente scomodi.

Un altro elemento che mi colpisce è l’insistenza di alcuni resoconti giornalistici nel definire Siher un italiano di seconda generazione. Ma cosa significa esattamente? È italiano. Punto. La sua origine familiare può avere un interesse biografico, ma quale rilevanza assume rispetto alla responsabilità penale individuale?

Perché sottolinearla proprio mentre si parla di terrorismo? Perché sentire il bisogno di ricordare al lettore che questo cittadino italiano ha origini straniere?

Non sostengo che ogni riferimento alle origini sia automaticamente razzista. Ma quando la provenienza familiare viene continuamente accostata a parole come estremismo, radicalizzazione e terrorismo, il rischio di alimentare un pregiudizio è evidente. E personalmente trovo questo modo di raccontare la cronaca profondamente discutibile, perché può contribuire a costruire nell’immaginario collettivo l’idea che esistano italiani più italiani di altri.

C’è poi un particolare che merita una riflessione. Tra gli elementi riportati nel profilo giornalistico di Siher compare anche un’espressione da lui utilizzata sui social in risposta a Matteo Salvini: «Allah Akbar», più correttamente traslitterata Allahu Akbar.

Ma cosa significa?

Semplicemente «Dio è il più grande». È un’espressione religiosa araba, pronunciata quotidianamente da milioni di musulmani durante le preghiere, nei momenti di gioia, di dolore, di gratitudine e di devozione.

Non significa «morte agli infedeli». Non significa «uccidiamo gli occidentali». Non rappresenta, di per sé, un’incitazione alla violenza.

È vero che organizzazioni terroristiche e fanatici religiosi hanno utilizzato questa espressione durante attentati e azioni criminali. Ma attribuire automaticamente un significato terroristico a quelle parole sarebbe tanto assurdo quanto considerare criminale qualsiasi invocazione religiosa soltanto perché qualcuno l’ha pronunciata commettendo atrocità.

Naturalmente il contesto conta. Scrivere quell’espressione il 7 ottobre 2023, giorno degli attacchi di Hamas contro Israele, può legittimamente sollevare interrogativi sul significato politico del messaggio. Ma gli interrogativi richiedono risposte, non interpretazioni trasformate automaticamente in prove di terrorismo.

E allora voglio porre alcune domande.

Youssef Siher si è radicalizzato? Ha realmente promosso, organizzato o sostenuto attività terroristiche? Ha istigato qualcuno a commettere violenze? Esistono prove concrete delle responsabilità che gli vengono attribuite?

Sono domande alle quali devono rispondere gli investigatori e, soprattutto, i magistrati attraverso gli strumenti e le garanzie previsti dalla legge. Non i commentatori televisivi, non i tribunali dei social e neppure chi utilizza una vicenda giudiziaria per sostenere una determinata narrazione politica.

Voglio essere chiarissimo, perché non intendo lasciare spazio ad alcun equivoco: non difendo Youssef Siher. Non conosco personalmente quest’uomo e non possiedo elementi per stabilire se sia innocente o colpevole. Non difendo la violenza, non giustifico il terrorismo e non considero accettabile che una manifestazione politica diventi occasione per aggredire persone,, devastare città o mettere in pericolo la sicurezza collettiva.

Se Siher ha commesso i reati che gli vengono contestati, se le accuse saranno dimostrate in un processo regolare e arriverà una condanna definitiva, è giusto che ne risponda penalmente, anche con il carcere nei casi previsti dalla legge.

Senza attenuanti ideologiche, senza giustificazioni politiche, senza indulgenze.

Ma pretendo la stessa fermezza nel difendere i suoi diritti fino a quando la giustizia non avrà accertato i fatti.

Perché difendere la presunzione di innocenza non significa difendere un sospettato. Significa difendere lo Stato di diritto. E chi confonde deliberatamente queste due cose dimostra di avere un rapporto quantomeno problematico con i principi costituzionali.

Mi preoccupa soprattutto il clima nel quale vicende come questa vengono raccontate. Un clima in cui la protesta sociale rischia di essere confusa con la sovversione, la solidarietà verso il popolo palestinese con il sostegno al terrorismo, la religione musulmana con il fanatismo e il dissenso politico con una minaccia alla sicurezza nazionale.

Sono distinzioni fondamentali. Chiunque commetta violenze deve risponderne, ma chi manifesta pacificamente, critica un governo, denuncia una guerra o rivendica diritti esercita libertà costituzionalmente garantite.

E quelle libertà non possono essere cancellate per colpa di chi eventualmente ne abusa.

La sicurezza dei cittadini è un diritto. La libertà di manifestare è un diritto. La presunzione di innocenza è un diritto. Nessuno di questi principi dovrebbe essere sacrificato sull’altare della propaganda.

Non voglio nemmeno cadere nell’errore opposto, quello di trasformare automaticamente ogni persona indagata in una vittima del sistema. Sarebbe altrettanto scorretto. Le indagini possono portare alla luce fatti gravissimi e sarebbe irresponsabile minimizzare accuse di terrorismo senza conoscere gli elementi raccolti dagli investigatori.

Chiedere verità non significa assolvere. Chiedere giustizia non significa condannare in anticipo.

Personalmente sono stanco di un’informazione che troppo spesso sembra preferire la contrapposizione all’approfondimento, la paura alla comprensione, il titolo capace di suscitare indignazione alla paziente ricostruzione dei fatti.

Non voglio essere trascinato nel rumore della propaganda, da qualunque parte provenga. Non voglio che mi venga detto chi devo odiare, chi devo temere o chi devo considerare colpevole prima ancora che siano state accertate le sue responsabilità.

Voglio capire. Voglio conoscere i fatti. Voglio che la giustizia faccia il proprio lavoro senza pressioni politiche e senza processi televisivi.

E soprattutto voglio che la Costituzione venga rispettata sempre, non soltanto quando torna comodo.

La violenza costituisce reato quando integra le fattispecie previste dalla legge. Il terrorismo è un reato gravissimo. Anche le violazioni della Costituzione devono essere contrastate con gli strumenti previsti dall’ordinamento, e quando integrano specifici illeciti devono essere perseguite, indipendentemente da chi le commetta.

Non esistono violenze buone e violenze cattive in base al colore politico di chi le esercita. Non esistono terroristi da condannare e terroristi da giustificare. Non esistono cittadini che meritano un processo equo e cittadini che possono essere consegnati al giudizio della piazza.

Se Youssef Siher è colpevole, venga condannato. Se è innocente, venga riconosciuta la sua innocenza. Ma in entrambi i casi sia la giustizia a stabilirlo, non la propaganda.

Perché uno Stato democratico non dimostra la propria forza quando riesce a mettere qualcuno in carcere. La dimostra quando sa perseguire i reati senza calpestare i diritti, quando sa distinguere le prove dai sospetti e quando garantisce anche alla persona più contestata le stesse tutele riconosciute a tutti gli altri.

La giustizia non deve avere un colore politico, una religione o un’origine etnica. Deve avere prove, regole e responsabilità.

E se cominciamo a dimenticarlo, il problema non riguarda più soltanto Youssef Siher. Riguarda tutti noi.