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Edizione MondoRarodomenica, 20 Settembre 2026

Cronaca, politica, società e voci dal presente

Costume e Società

Quando la violenza diventa un linguaggio: cosa ci racconta il tredicenne che ha accoltellato la professoressa

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Un ragazzo di tredici anni entra nel bagno della sua scuola, prepara due coltelli, indossa un casco sul quale è fissato un dispositivo per riprendere ciò che sta per accadere, porta con sé dello spray urticante e poi raggiunge la classe. Poco prima avrebbe annunciato sui social ciò che stava per fare. Entra nell’aula e aggredisce la sua insegnante. Un compagno interviene e riesce a fermarlo. La professoressa, Isabella Marsilio, viene ferita ma sopravvive. È accaduto alla scuola media Giovanni Verga di Centocelle, a Roma. Gli investigatori stanno ora cercando di capire non soltanto perché un tredicenne sia arrivato a compiere un gesto simile, ma anche quale ruolo possa aver avuto il mondo che frequentava online.

I carabinieri stanno analizzando il cellulare del ragazzo e quello della madre, sul quale erano disponibili le carte utilizzate per gli acquisti online. L’obiettivo è ricostruire i contatti avuti dal tredicenne prima dell’aggressione e verificare l’eventuale presenza di persone che possano averlo istigato. Anche la diretta social avviata prima dell’attacco è al centro degli accertamenti. Al momento, però, è fondamentale distinguere ciò che sappiamo da ciò che deve ancora essere dimostrato: non è stato accertato che dietro il ragazzo vi fosse un gruppo estremista o una sorta di regia organizzata. Le indagini servono precisamente a stabilire se sia accaduto.

Ma esiste una domanda ancora più grande, che va oltre questo singolo episodio: perché la violenza sta diventando così facilmente un linguaggio attraverso il quale esprimere rabbia, frustrazione, rancore e desiderio di essere visti?

È probabilmente questa la parte più inquietante della vicenda. Non soltanto l’aggressione, ma la sua rappresentazione. La preparazione, la telecamera, la possibile diretta, l’annuncio sui social. Secondo la ricostruzione degli investigatori, l’azione sarebbe stata pianificata e annunciata online prima di essere compiuta. La violenza, in questo modo, rischia di non essere più soltanto un gesto contro qualcuno. Diventa qualcosa da mostrare. Un evento. Una dichiarazione pubblica di esistenza.

Non sappiamo ancora cosa sia accaduto nella mente di questo ragazzo e sarebbe sbagliato improvvisare diagnosi. La stessa insegnante ha raccontato di aver osservato nell’anno precedente segnali di malessere, inquietudine e rabbia, ma soltanto gli specialisti che lo stanno seguendo potranno ricostruire la sua situazione personale. Possiamo però interrogarci sul mondo nel quale un tredicenne sta crescendo. Perché nessun adolescente cresce nel vuoto. Cresce osservando gli adulti, assorbendo linguaggi, comportamenti, immagini e modelli attraverso la famiglia, la scuola, Internet, la televisione, i social network e la società che lo circonda.

E la società contemporanea parla moltissimo il linguaggio della forza.

Lo incontriamo continuamente nella comunicazione digitale, dove l’avversario non viene discusso ma umiliato; nei social, dove l’insulto spesso ottiene più attenzione dell’argomentazione; nella spettacolarizzazione delle risse e delle aggressioni; nella trasformazione della sofferenza altrui in contenuto da condividere. Il successo viene spesso raccontato attraverso parole come vincere, dominare, distruggere, schiacciare l’avversario. La capacità di ascoltare, cambiare idea, mediare o riconoscere le ragioni dell’altro appare invece molto meno spettacolare.

Il problema non è semplicemente Internet. Sarebbe troppo facile attribuire a uno schermo la responsabilità di qualcosa che riguarda profondamente anche noi adulti. Internet amplifica ciò che trova. Può diffondere conoscenza, solidarietà e cultura, ma può anche moltiplicare odio, estremismo e violenza. La domanda da porci è perché determinati linguaggi riescano a trovare un terreno tanto fertile.

Un adolescente che osserva il mondo vede continuamente conflitti presentati attraverso una logica elementare: qualcuno deve vincere e qualcuno deve perdere. Il compromesso viene scambiato per debolezza, l’ascolto per cedimento, il dubbio per fragilità. Persino la capacità di chiedere scusa sembra talvolta diventata qualcosa da evitare. In questo ambiente culturale la forza rischia di apparire come la scorciatoia più immediata per ottenere attenzione, rispetto o riconoscimento.

E qui il discorso diventa inevitabilmente più ampio. Perché non possiamo chiedere ai ragazzi di risolvere attraverso il dialogo i loro conflitti se il mondo degli adulti mostra continuamente quanto sia difficile farlo.

Lo vediamo anche nei rapporti internazionali. Gli Stati dispongono naturalmente di strumenti diplomatici e istituzioni attraverso cui affrontare le controversie, e le cause di ogni guerra sono diverse e complesse. Ma quando la diplomazia fallisce e si arriva alla guerra, il messaggio visibile agli occhi di un ragazzo rimane terribilmente semplice: quando il dialogo non funziona, entrano in scena le armi.

Non significa sostenere che una guerra provochi direttamente la violenza di un adolescente o che esista una linea automatica tra geopolitica e aggressioni individuali. Sarebbe una conclusione semplicistica. Significa però domandarsi quali modelli culturali produca una società nella quale la forza continua ad avere una presenza enorme nella risoluzione dei conflitti, dalla dimensione più piccola fino a quella internazionale.

La violenza rischia così di diventare una grammatica. Cambiano le dimensioni, cambiano le responsabilità, cambiano completamente i contesti, ma alcune parole sembrano appartenere allo stesso vocabolario: nemico, vendetta, umiliazione, punizione, annientamento.

Ed è precisamente questo vocabolario che dovremmo cercare di sostituire.

La vicenda di Roma contiene, paradossalmente, anche un’immagine opposta. Mentre un tredicenne utilizzava la violenza, un altro ragazzo è intervenuto per fermarlo e aiutare l’insegnante. Nello stesso corridoio, nello stesso momento, due adolescenti hanno compiuto due scelte radicalmente diverse. È forse questa l’immagine sulla quale vale maggiormente la pena riflettere.

Perché i ragazzi non hanno bisogno soltanto di divieti. Hanno bisogno di strumenti per riconoscere la rabbia prima che diventi odio, per sopportare una frustrazione senza trasformarla in vendetta, per affrontare una sconfitta senza considerarla un’umiliazione e per comprendere che un conflitto non deve necessariamente produrre un vincitore e uno sconfitto.

Servono famiglie presenti, una scuola capace di ascoltare, educazione digitale, sostegno psicologico quando necessario e adulti disposti a riconoscere precocemente il disagio. Ma serve anche qualcosa di più difficile: una società adulta coerente con ciò che pretende di insegnare ai propri figli.

Non possiamo celebrare quotidianamente la prepotenza e poi sorprenderci quando qualcuno la interpreta come forza. Non possiamo trasformare l’avversario in un nemico da distruggere e contemporaneamente spiegare ai ragazzi che devono rispettare chi la pensa diversamente. Non possiamo considerare il dialogo una debolezza quando riguarda gli adulti e una virtù obbligatoria quando riguarda gli adolescenti.

Quanto accaduto a Roma non deve diventare un processo sommario contro un tredicenne né un pretesto per trovare rapidamente un unico colpevole, che sia Internet, Telegram, la famiglia, la scuola o qualche presunto gruppo online sul quale le indagini devono ancora fare chiarezza. Dovrebbe piuttosto costringerci a guardare il problema nella sua complessità.

Un ragazzo di tredici anni che sceglie un coltello per dare voce alla propria rabbia rappresenta prima di tutto un fallimento drammatico della comunicazione. Ma quando episodi di violenza diventano occasioni per essere filmati, condivisi e trasformati in spettacolo, il problema smette di riguardare soltanto chi li compie.

Riguarda il mondo che abbiamo costruito intorno a lui.

Forse la domanda più difficile non è soltanto “che cosa sta succedendo ai nostri ragazzi?”. È anche un’altra: “che cosa stanno imparando guardando noi?”