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Joseph Vacher, lo squartatore francese e il male che lui stesso diceva di portare dentro

Ci sono assassini che negano, mentono, si nascondono fino all’ultimo dietro maschere improvvisate. E poi esistono figure ancora più inquietanti, uomini che sembrano camminare per anni sapendo di essere una minaccia, come se dentro di loro si agitasse una forza oscura impossibile da contenere. Joseph Vacher appartiene a questa seconda specie di abisso. La sua vicenda non è soltanto quella di un pluriomicida che insanguinò la campagna francese di fine Ottocento. È la storia di un uomo che pare vivere fin dall’inizio in lotta contro qualcosa di interno, un morbo dell’anima che lui stesso avvertiva crescere, deformarsi, divorarlo.

Nato nel sud-est della Francia in una poverissima famiglia contadina, ultimo di quindici figli, Joseph cresce quasi come una creatura lasciata ai margini del mondo. Intorno a lui non ci sono protezione, stabilità o tenerezza sufficienti a contenere una mente già tormentata. C’è fame, isolamento, miseria, e il tentativo, quasi disperato, di sfuggire a quella condizione arruolandosi nell’esercito. Ma nemmeno lì trova una forma, una disciplina, un argine. L’ordine gli è insopportabile, come se ogni struttura esterna cozzasse contro il disordine già presente dentro di lui. Lascia presto la vita militare, e da quel momento la sua traiettoria sembra precipitare in una regione sempre più cupa.

La particolarità più sinistra del caso Vacher è che, almeno per un lungo tratto, egli sembra non essere completamente cieco davanti alla propria pericolosità. Al contrario, appare tormentato dalla consapevolezza di covare qualcosa di maligno. È come se si percepisse come un’arma carica, pronta a esplodere, e allo stesso tempo incapace di disinnescarsi. Questa lotta interiore emerge nei suoi ripetuti tentativi di togliersi la vita. Prova a tagliarsi la gola, a spararsi, a impiccarsi. Cerca la morte più volte senza mai riuscire davvero a raggiungerla. E proprio qui la sua figura assume un’aura quasi dannata, come se fosse condannato a sopravvivere abbastanza a lungo da consegnarsi interamente al proprio demone.

All’inizio, quella parte di sé che ancora resiste sembra restare accesa come una piccola luce tremolante. Ma col tempo si affievolisce, quasi si addormenta. E quando ciò accade, Joseph Vacher si trasforma in una presenza di pura devastazione. Nel giro di pochi anni si abbatte su donne e giovani uomini con una ferocia che va oltre l’omicidio. Non si limita a uccidere. Infierisce. Mutila. Devasta i corpi. Strappa, deturpa, offende la carne come se non stesse soltanto sopprimendo delle vite, ma combattendo contro un nemico invisibile che vede riflesso nelle sue vittime. La violenza assume un carattere quasi rituale, cieco, sfiancante. Non c’è soltanto morte nei suoi delitti. C’è accanimento. C’è una rabbia che sembra non conoscere fondo.

È per questo che il suo nome comincia a essere sussurrato con terrore nelle campagne francesi, tra sentieri isolati, pascoli, boschi e strade secondarie. Il paesaggio stesso si contamina. I luoghi in cui passa smettono di essere semplici spazi rurali e si trasformano in teatri di agguati, in zone dove il silenzio nasconde una presenza in movimento. La regione di Grenoble e i boschi di Touman vengono attraversati da una scia di sangue così brutale da guadagnargli il soprannome di squartatore francese. Un nome che non definisce solo i suoi crimini, ma l’impressione lasciata dietro di sé: quella di un uomo che non potesse fermarsi prima di aver esaurito tutta la violenza che portava in corpo.

Eppure la sua vicenda contiene una torsione ancora più inquietante. Quando finalmente viene arrestato il 4 agosto 1897, dopo una lunga serie di delitti, non cade per gli omicidi, ma quasi per errore, in un cortocircuito beffardo della giustizia. Viene fermato mentre molesta una coppia appartata nel bosco, e il reato che gli viene contestato è soltanto offesa alla pubblica decenza. Tre mesi di carcere. Quasi nulla, se confrontato all’orrore che si porta addosso. È come se per un istante il mondo avesse sfiorato il mostro senza riconoscerlo davvero, lasciandolo quasi tornare libero a uccidere.

Ma è proprio qui che nella sua storia accade qualcosa di quasi spettrale. Davanti ai giudici, di fronte alla sproporzione mostruosa tra ciò che ha fatto e ciò di cui lo si accusa, Joseph sembra risvegliarsi da una lunga anestesia morale. La piccola luce che per anni era rimasta sepolta, soffocata sotto il peso della ferocia, si riaccende all’improvviso. Comprende l’assurdità di essere giudicato per una colpa minore quando porta sulle spalle una catena di morti. E allora parla. Confessa. Scrive perfino un biglietto in cui rivendica i crimini, quasi con il bisogno febbrile di essere finalmente visto per ciò che è davvero. Non un semplice molestatore, non un vagabondo disturbato, ma il responsabile di una lunga processione di massacri. In quel momento non cerca salvezza. Cerca verità, o forse condanna. Come se l’unico modo di spegnere il male fosse consegnarlo interamente alla luce.

La sua confessione ha qualcosa di raggelante e di tragico insieme. Perché lascia intravedere non il pentimento limpido di chi torna umano, ma il sussulto estremo di una coscienza che riaffiora troppo tardi. Joseph Vacher non appare come un uomo pacificato, ma come un essere lacerato che arriva a dichiararsi colpevole solo quando il proprio inferno interiore è ormai compiuto. È questa ambiguità a renderlo così disturbante. Non è il male puro e inconsapevole. È un uomo che sembra aver sentito il male crescergli dentro, che ha tentato invano di sfuggirgli, che infine vi ha ceduto e solo alla fine ha trovato la forza di nominarlo.

La sentenza finale porta con sé il gelo della chiusura inevitabile. A ventinove anni Joseph Vacher viene ghigliottinato in pubblica piazza. Una fine rapida, netta, quasi chirurgica, per una vita invece contorta, febbrile, disseminata di sangue e di falliti tentativi di autodistruzione. Ma nemmeno l’esecuzione sembra bastare a chiudere del tutto la sua ombra. Perché figure come la sua non restano confinate nei registri giudiziari. Entrano in quella zona oscura dell’immaginario dove il criminale diventa emblema di una domanda più spaventosa: quanto può essere lucido un uomo mentre precipita nel male?

Joseph Vacher continua a inquietare proprio per questo. Perché la sua storia non racconta soltanto una sequenza di delitti, ma la lenta disfatta di una coscienza che per anni ha saputo, ha temuto, ha tentato di fermarsi e non ci è riuscita. In lui il mostro non arriva da fuori. Nasce dentro, cresce, prende spazio, spegne quasi tutto. E quando finalmente la voce umana riemerge per confessare, è troppo tardi. Restano i boschi, il sangue, il terrore seminato nelle campagne, e l’impressione sinistra di aver assistito non solo ai crimini di un assassino, ma alla marcia di un uomo inseguito da se stesso fino al patibolo.

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