Mentre il mondo fissa mappe, confini e missili, sotto la superficie del mare si consuma un’altra tragedia. Più muta. Più invisibile. Più innocente.
Nello Stretto di Hormuz, uno dei tratti d’acqua più fragili e tormentati del pianeta, non stanno soffrendo solo le rotte commerciali o gli equilibri geopolitici. Stanno soffrendo vite. Creature marine che non hanno eserciti, non hanno rifugi, non hanno scelto questa guerra.
Balene che cercano la loro strada in un oceano diventato ostile. Delfini che nuotano in un labirinto di rumori violenti. Dugonghi che pascolano tra praterie marine minacciate dal petrolio. Un intero mondo sommerso sta pagando il prezzo di un conflitto che non gli appartiene.
Il mare, qui, non è solo acqua. È casa. È nursery. È rifugio. È memoria ancestrale. E oggi quella casa viene ferita da continui passaggi navali, esplosioni, attività militari e soprattutto da un nemico invisibile ma devastante: il rumore. I sonar usati per localizzare mine e monitorare i fondali producono un inquinamento acustico incessante, insopportabile per cetacei e altri mammiferi marini che vivono grazie ai suoni, si orientano con i suoni, comunicano con i suoni.
Per loro, quel frastuono non è un fastidio. È disorientamento. È panico. È fuga. È, spesso, condanna.
E poi c’è l’altra minaccia, quella nera, densa, soffocante: il petrolio. Quando si riversa in mare, non sporca soltanto l’acqua. Avvelena la vita. Si attacca ai corpi, penetra negli habitat, raggiunge le coste, soffoca i fondali, contamina le mangrovie che proteggono e custodiscono l’intero equilibrio dell’ecosistema. In un bacino delicato come il Golfo Persico, dove il ricambio delle acque è lento, ogni ferita rischia di restare aperta per anni, forse per decenni.
E in mezzo a questo scenario ci sono loro, gli ultimi, i rarissimi, i più vulnerabili.
Le megattere arabe, tra le popolazioni di balene più straordinarie al mondo. Non migrano come le altre. Vivono qui, da sempre, in un isolamento antico di migliaia di anni. Questo tratto di mare non è una tappa del loro viaggio. È tutta la loro esistenza. Se questo ecosistema crolla, rischia di crollare insieme anche il loro futuro.
E poi i dugonghi, i grandi erbivori del mare, creature placide e silenziose che custodiscono l’equilibrio delle praterie sommerse. Senza di loro, il mare perde uno dei suoi giardinieri più preziosi. Senza quelle praterie, perde ossigeno, protezione, stabilità. Ogni animale colpito trascina con sé un pezzo di mondo.
Questa, allora, non è soltanto una crisi ambientale. È una crisi di convivenza con il vivente. È il racconto di una guerra che colpisce anche chi non compare nei bollettini, chi non ha voce nei vertici internazionali, chi non può scappare altrove.
Perché quando gli esseri umani combattono, gli animali restano. Restano nel petrolio. Restano nel rumore. Restano nella paura.
E anche quando le armi taceranno, il mare continuerà a ricordare. Nei corpi feriti dei delfini. Nelle rotte spezzate delle balene. Nel silenzio svuotato dei dugonghi.





[…] Scritto da: Vicendo De Berardinis – Fonte: MondoRaro.org […]