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A scuola non si umilia: la violenza transfobica contro un ragazzo trans ci riguarda tutti

Quando ho letto la storia del ragazzo trans del liceo Aristofane di Roma, ho sentito un nodo duro nello stomaco. Non perché sia un episodio isolato, ma perché racconta qualcosa che troppe persone LGBTQ+ conoscono fin troppo bene: l’umiliazione travestita da “opinione”, il rifiuto dell’identità altrui trasformato in disciplina quotidiana, la violenza che non lascia lividi sulla pelle ma cicatrici profonde nella mente e nell’anima.

Secondo quanto emerso, questo studente avrebbe vissuto mesi di misgendering, tensioni continue e scontri con una docente che si sarebbe rifiutata di usare il suo nome scelto e i suoi pronomi. Frasi come “sarai sempre una ragazza” non sono semplici parole dette con leggerezza. Sono lame sottili. Colpiscono l’identità, negano l’esistenza stessa di una persona, soprattutto quando arrivano in un luogo che dovrebbe educare, proteggere e accompagnare nella crescita.

La scuola dovrebbe essere un porto sicuro. Invece, per questo ragazzo, sarebbe diventata un corridoio pieno di paura e isolamento. Si parla di sofferenza psicologica, di un percorso terapeutico, di una fragilità aggravata da un ambiente incapace di riconoscere e rispettare la sua identità. E tutto questo mentre la cosiddetta “carriera Alias”, strumento fondamentale per garantire dignità e inclusione alle persone trans e non binary, non sarebbe mai stata approvata nell’istituto.

Io non riesco ad accettare che nel 2026 ci siano ancora studenti e studentesse costretti e costrette, a lottare ogni giorno per sentirsi chiamare con il proprio nome. Non riesco ad accettare che il rispetto venga trattato come una concessione facoltativa, invece che come un diritto umano basilare. Quando un adolescente arriva a dire “la vittima sono io”, significa che qualcosa si è spezzato. E quando si spezza una persona giovane, si spezza anche una parte della società che avrebbe dovuto proteggerla.

Le associazioni che difendono i diritti LGBTQ+ stanno chiedendo interventi concreti, e fanno bene. Perché il silenzio istituzionale è nebbia tossica: copre tutto, soffoca tutto, permette agli abusi di continuare indisturbati. Servono scuole inclusive, formazione per il personale docente, strumenti reali di tutela e soprattutto ascolto. Ascolto vero. Non paternalismo. Non tolleranza fredda. Rispetto.

Come realtà de L’Alchimista APS vogliamo dirlo con chiarezza assoluta: noi rispettiamo tutte e tutti, senza distinzioni di identità di genere, orientamento sessuale, espressione personale o percorso di vita. Crediamo che ogni persona debba sentirsi accolta, vista e protetta per ciò che è davvero. Per questo il nostro spazio è e resterà una safe zone autentica, un luogo dove nessuno deve avere paura di esistere.

Difendere i diritti LGBTQ+ non è una moda, non è propaganda, non è eccesso di sensibilità. È difendere la dignità umana. E chi continua a negarlo sta scegliendo di alimentare una cultura che ferisce, isola e distrugge. Noi, invece, come L’Alchimista APS, scegliamo di stare dalla parte del rispetto. Sempre.

Gianni Leone, fondatore
Gianni Leone, fondatore
Essere antipatico è una vocazione. Non pretendo di dire la “verità” ma almeno limito le “stronzate” cosa che non riesce alla maggior parte degli “Italioti”.

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