“Abbiamo sempre vissuto nel castello”: il capolavoro perturbante della scrittrice americana. «Shirley Jackson è una delle scrittrici più suggestive e strane del Novecento americano», ha scritto Jonathan Lethem. Una definizione che ben si adatta a Abbiamo sempre vissuto nel castello, romanzo pubblicato nel 1962 e tradotto in Italia da Adelphi, oggi considerato il vertice della sua opera.
Jackson, troppo a lungo confinata in una nicchia di culto, è stata riscoperta negli ultimi decenni come maestra del perturbante e anticipatrice di un’idea di letteratura gotica che non ha bisogno di fantasmi o case infestate per suscitare inquietudine. Non a caso Stephen King, che l’ha più volte citata come fonte di ispirazione, le ha dedicato una delle frasi più affettuose: «A Shirley Jackson, che non ha mai avuto bisogno di alzare la voce».
Il romanzo è narrato dalla giovane Mary Katherine, detta Merricat, che vive con la sorella Constance e lo zio invalido nella grande casa di famiglia, isolata dal villaggio circostante. Tutti gli altri membri dei Blackwood sono morti sei anni prima, avvelenati a cena da un misterioso veleno. Da allora le sorelle conducono una vita apparentemente idilliaca, scandita da piccoli rituali domestici e da un equilibrio fragile che si regge su silenzi e segreti.
L’arrivo del cugino Charles incrina questa routine e porta a galla tensioni, ossessioni e un senso di minaccia che cresce pagina dopo pagina. Jackson orchestra la vicenda con uno stile lieve, quasi ironico, come se stessimo leggendo una commedia bizzarra; ma dietro il tono fiabesco si cela un malessere profondo, un’ombra che avvolge non solo i protagonisti ma la comunità intera.
Il Male come parte della vita. Come già in La lotteria, racconto che l’ha resa celebre e controversa, Jackson non dipinge il Male come qualcosa di separato, incarnato da mostri o figure esterne. Lo mostra invece come un elemento naturale, silenzioso, parte della vita stessa, capace di insinuarsi nei rapporti familiari, nel conformismo sociale, nei piccoli rituali quotidiani.
In Abbiamo sempre vissuto nel castello il Male non esplode in atti spettacolari, ma si manifesta in ciò che non viene detto, negli sguardi diffidenti dei vicini, nei pensieri ossessivi di Merricat, nelle stanze della casa che diventano rifugio e prigione insieme. È un Male che inquieta proprio perché non ha confini chiari e non ammette catarsi.
Riletto oggi, il romanzo conserva intatta la sua potenza: un’allegoria della paura dell’altro, dell’isolamento e della fragilità dei legami sociali. Ma è anche un racconto di resistenza e di follia, in cui le protagoniste costruiscono un universo alternativo, un microcosmo femminile in cui sopravvivere alle violenze esterne.
Con Abbiamo sempre vissuto nel castello Shirley Jackson firma un’opera che è al tempo stesso gotica e modernissima, fiaba e incubo, commedia e tragedia. Una storia che si legge con un sorriso inquieto e che lascia, come scrisse Dorothy Parker, «brividi silenziosi e cumulativi».
Un classico che continua a parlarci con forza, perché ci ricorda che il pericolo non viene sempre dall’esterno: spesso abita le nostre case, i nostri desideri, le nostre stesse certezze.





