Se Borges aveva trasformato il fantastico in un labirinto della mente e Cortázar lo aveva insinuato nelle crepe del quotidiano, con Ernesto Sábato l’ombra cambia ancora volto e diventa più densa, più terrestre, più velenosa. Non è più soltanto il mistero che sfiora la realtà dall’esterno, né il brivido metafisico che ne altera la geometria. In Sábato il male scende nelle strade, si annida nei sottopassaggi, nelle stanze chiuse, nei volti anonimi della folla, nei quartieri dove la città sembra perdere consistenza e trasformarsi in un organismo febbrile. Il fantastico argentino, giunto a questo punto del suo cammino, smette quasi di sembrare fantastico e assume la forma del perturbante assoluto: qualcosa che non viola il reale, ma lo corrompe dall’interno.
Sábato è, in questo senso, l’autore che traghetta il lato oscuro della Pampa dentro la modernità urbana senza privarlo della sua antica vertigine. La vastità desolata della pianura non scompare. Si contrae. Si fa interiore. Diventa solitudine metropolitana, caverna psichica, tunnel mentale. Là dove i precursori vedevano nella Pampa un teatro di presenze vaghe, silenzi angoscianti e incubi sognati a occhi aperti, Sábato trasferisce quello stesso smarrimento dentro Buenos Aires, facendone una città infestata non da spettri in senso classico, ma da ossessioni, paranoia, sensi di colpa e forze cieche che sembrano guidare il destino degli uomini verso il crollo.
Nei suoi romanzi non c’è quasi mai bisogno dell’apparizione soprannaturale, perché l’orrore è già pienamente incarnato nell’esperienza umana. Eppure il suo mondo resta profondamente fantastico nel senso più alto e inquietante del termine. Le cose, i luoghi, le persone sembrano infatti possedere sempre un secondo volto, una natura nascosta che si rivela solo nei momenti di massima tensione. Il reale in Sábato è un sipario mal teso, dietro cui pulsa un caos oscuro. L’uomo moderno non vi appare come padrone del proprio mondo, ma come creatura sperduta in un universo opaco, incapace di distinguere tra verità e delirio, tra colpa e persecuzione, tra visione e allucinazione. È un fantastico che ha smesso di giocare con l’intelligenza per scendere nelle cantine della coscienza.
Con lui il perturbante urbano argentino raggiunge forse la sua espressione più tragica. Buenos Aires non è più soltanto una capitale letteraria, raffinata, intellettuale, speculare. Diventa un luogo febbricitante, una città di corridoi, di ciechi, di sotterranei, di società segrete forse reali forse immaginate, di incontri in cui ogni gesto sembra carico di un presagio. Le sue strade non conducono più a una semplice rivelazione intellettuale, ma a una discesa. Sábato restituisce alla città qualcosa che la modernità aveva cercato di nascondere: il suo fondo infero. Sotto il traffico, sotto i caffè, sotto le facciate della vita civile, continua a muoversi una materia nera, una forza antica che non è folklore, non è gotico, non è neppure allegoria pura. È la consapevolezza che la barbarie non sta fuori dalla civiltà, ma la accompagna come un’ombra inseparabile.
Ed è qui che il fantastico argentino, da corrente letteraria, si salda definitivamente con la storia. Perché in Sábato l’incubo non resta confinato alla dimensione individuale o metafisica. Si allarga, tocca il corpo della nazione, ne sfiora i nervi più scoperti, anticipando quasi il sentimento di rovina e di colpa collettiva che avrebbe segnato l’Argentina del secondo Novecento. Il suo universo è attraversato da una percezione apocalittica del tempo, da un senso di decomposizione morale che non riguarda soltanto i singoli destini ma l’intera comunità. Il male non è un incidente. È una possibilità costante della storia. È la forma segreta che la violenza assume quando smette di dichiararsi e si prepara a diventare sistema.
In questo ultimo approdo, il lato oscuro della Pampa rivela dunque il proprio significato più profondo. Non era soltanto il gusto per l’inconsueto, né la passione per il doppio, per il labirinto, per il paradosso. Era, fin dall’inizio, una lunga educazione all’ombra. La Pampa dei precursori, con i suoi silenzi e le sue presenze malefiche, era già la prefigurazione di un vuoto ontologico, di una terra dove l’uomo si sentiva esposto a qualcosa di smisurato e indecifrabile. I modernisti e i primi fantastici portarono quella vertigine nel racconto. Borges la rese cristallina, facendone una macchina metafisica. Bioy la trasformò in illusione, in artificio, in vertigine dell’identità. Silvina Ocampo la rese domestica e velenosa. Cortázar la fece entrare nel respiro del quotidiano. Con Sábato, infine, essa si fa destino storico, malattia del presente, tenebra incarnata nella città e negli uomini.
Non si potrebbe desiderare conclusione più coerente per questa traiettoria. Perché se il fantastico argentino ha avuto una sua specificità, essa sta proprio nella capacità di non separare mai del tutto il mistero dalla realtà concreta, la metafisica dalla ferita, il sogno dal trauma. Persino nei suoi momenti più astratti, questa letteratura non ha mai cessato di parlare del mondo. Non di un altrove consolatorio, ma di questo mondo, visto però nella sua nudità più spaventosa. Un mondo in cui il reale vacilla, la ragione si incrina e la storia stessa può assumere la forma di una persecuzione invisibile, di una macchina cieca, di una notte collettiva.
Così il cammino che era iniziato nella pianura, tra fuochi di gauchos, apparizioni vaporose e incubi sognati da svegli, termina nella città moderna, nei suoi anfratti psichici e nelle sue premonizioni di catastrofe. Ma in verità nulla si è davvero concluso. La Pampa è ancora lì, solo che non è più fuori. È entrata nell’uomo, nelle sue paure, nella sua memoria, nelle sue istituzioni, nella sua storia. È diventata deserto interiore, perdita di orientamento, spazio mentale dove il senso si dissolve e il male può germinare senza farsi subito riconoscere.
E forse è proprio questa la lezione finale del fantastico argentino. Il lato oscuro non appartiene a un luogo remoto, a una leggenda provinciale o a un repertorio di spettri letterari. Abita il cuore stesso della realtà. Sta nella crepa tra ciò che vediamo e ciò che sospettiamo. Nella distanza tra civiltà e barbarie. Nel dubbio che la luce moderna, con tutte le sue biblioteche, le sue città e le sue ideologie, non abbia cancellato affatto le tenebre, ma le abbia soltanto rese più sottili, più astratte, più difficili da nominare.
Con Sábato, dunque, il lato oscuro della Pampa non si spegne. Si compie. Cessa di essere soltanto un motivo letterario e diventa una diagnosi spirituale dell’Argentina moderna. Dopo di lui, il fantastico non può più essere letto come semplice gioco dell’immaginazione. È diventato una forma di conoscenza, una discesa nelle viscere del reale, un modo per dire che sotto la superficie della storia, sotto la grammatica della città e sotto la maschera della cultura, continua a pulsare un’antica oscurità. E che forse tutta la grande letteratura argentina del Novecento non ha fatto altro che ascoltarne il respiro.




