Ad Atessa, tra i profili dell’Abruzzo e la memoria antica delle colline, sopravvive una leggenda che non ha mai davvero smesso di respirare. Non si tratta soltanto di un racconto popolare tramandato per intrattenere le sere d’inverno, ma di una presenza che sembra essersi incastonata nell’identità stessa della città, come se il suo nome, le sue pietre e perfino la sua devozione religiosa custodissero ancora l’eco di uno scontro primordiale. Secondo la tradizione riportata nei testi che hai caricato, Atessa sarebbe nata dall’unione di due nuclei abitati separati da un vallone oscuro, un luogo che in principio impediva ogni contatto perché dominato da una creatura feroce: un drago.
L’immagine che emerge è potentissima. Due alture vicine, due comunità destinate forse a diventare una sola, ma tenute lontane da un confine non umano, quasi maledetto. Quel vallone, descritto come zona di acque, ristagni e paludi malsane, assume nella leggenda il volto del caos, del pericolo, dell’elemento selvaggio che si oppone all’ordine degli uomini. Non è difficile immaginare come un paesaggio simile, umido, profondo e inospitale, abbia generato nel tempo la sensazione che lì sotto si agitasse qualcosa di mostruoso. E nelle storie più antiche, quando la terra si apre, ribolle e inghiotte, il nome che prende è spesso uno solo: drago.
A spezzare questo dominio sarebbe stato San Leucio, figura venerata ad Atessa con un’intensità che va ben oltre la semplice devozione liturgica. Nei racconti legati alla città, il santo non appare soltanto come protettore, ma come vincitore di una forza oscura e quasi infernale. Il suo arrivo assume i tratti di una vera discesa nel territorio del mostruoso. La tradizione racconta che il drago si nascondesse in una caverna profonda, e che San Leucio si spinse fino alla sua tana, affrontandolo con una determinazione che ha il sapore del rito e dell’esorcismo. Per giorni avrebbe dominato la bestia, fino a piegarla e infine ucciderla, liberando la zona dal terrore. Dopo la sua caduta, le case cominciarono ad avvicinarsi, l’abitato si unificò e proprio nell’avvallamento un tempo segnato dalla minaccia sorse la chiesa dedicata al santo liberatore. È un dettaglio che colpisce: come se lo spazio del male fosse stato trasformato in spazio sacro, come se il luogo della tana fosse diventato il luogo della memoria consacrata.
Fin qui potremmo essere ancora nel regno della leggenda. Ma è proprio qui che la vicenda di Atessa si fa più inquietante, perché alla narrazione si affianca un oggetto concreto, un presunto resto materiale che per decenni ha alimentato interrogativi, timori e fascinazione. Nella parrocchiale della città, nella sagrestia, era conservato un reperto attribuito al drago sconfitto da San Leucio: una gigantesca costola. Non un simbolo, non un dipinto, non una reliquia generica, ma un osso vero, enorme, custodito come parte di un tesoro. Le dimensioni riportate nel testo sono impressionanti e bastano da sole a spingere l’immaginazione oltre il limite del razionale. Una costola simile, appesa un tempo a una trave della chiesa e poi conservata in una grande teca, non poteva che alimentare un’aura di mistero. In luoghi come questo, la materia non smentisce la leggenda: la rende più pericolosa.
Il dettaglio forse più suggestivo è che chi ebbe occasione di osservarla da vicino la descrisse come sorprendentemente leggera, facile da sollevare nonostante la mole. Un particolare straniante, quasi contrario a ciò che ci si aspetterebbe da un reperto fossile o da un osso mineralizzato dal tempo. La superficie, segnata da linee grigie, aggiunge un’altra nota enigmatica. Cos’era davvero quell’osso? Apparteneva a un grande animale reinterpretato dalla fantasia popolare? Era un frammento anomalo, giunto da altrove, su cui la tradizione ha costruito il volto del drago? Oppure, per chi ama il confine tra storia e soprannaturale, era davvero il resto silenzioso di una creatura abbattuta secoli fa e mai del tutto dimenticata?
È proprio questa compresenza di fede, territorio e reliquia a rendere il caso di Atessa così magnetico per l’immaginario del paranormale. Qui il drago non è soltanto una bestia da bestiario medievale. È una presenza fondativa, quasi una forza ctonia legata alla geografia del luogo, ai suoi avvallamenti, alle sue acque, ai suoi vuoti. San Leucio, dal canto suo, non agisce come semplice santo taumaturgo, ma come mediatore tra il mondo umano e un’energia antica, selvaggia, che minaccia di travolgere tutto. La sua vittoria non ha solo il valore morale del bene sul male: ha il significato più profondo di una bonifica spirituale, di una conquista dell’abitabile sul mostruoso.
Eppure, come spesso accade nelle storie più antiche, nulla sembra davvero concluso. Quando una città conserva per secoli la memoria di un drago, quando lega la propria origine a una creatura uccisa e ne mostra addirittura una costola come prova tangibile, il sospetto è che il mostro non sia stato cancellato del tutto. Forse è rimasto nella pietra, nel sottosuolo, nelle acque che un tempo ristagnavano tra i colli. Forse la reliquia non è solo un ricordo, ma un sigillo. Un segno lasciato lì per dire che qualcosa è stato sconfitto, sì, ma non necessariamente dissolto.
Atessa, in questa luce, non appare più soltanto come una cittadina abruzzese ricca di tradizione. Diventa una soglia. Un luogo in cui la storia locale si intreccia con il mito in modo così stretto da rendere impossibile separarli. E quella costola, custodita come una traccia del drago, continua a esercitare il fascino ambiguo di tutti gli oggetti che sembrano appartenere a due mondi insieme: quello della materia e quello dell’incubo. Perché ci sono leggende che si ascoltano e poi svaniscono. E ce ne sono altre che lasciano un osso dietro di sé.






