Ci sono tragedie che non dovrebbero mai diventare semplicemente cronaca. Dietro una notizia ci sono persone, famiglie, sogni, paure e ferite che nessun titolo potrà mai raccontare fino in fondo. La morte di Mirko Moriconi, appena ventiquattro anni, e di sua madre Katy lascia un dolore enorme e un senso di impotenza che attraversa chiunque abbia ancora la capacità di mettersi nei panni degli altri. Sarà la magistratura a ricostruire con precisione ogni responsabilità e ogni dettaglio di questa terribile vicenda, ma esiste una riflessione che va oltre il singolo caso e che riguarda tutti noi.
Da quando vivo ad Alfedena e con L’Alchimista abbiamo aperto le porte della nostra associazione, mi è capitato più volte che ragazzi e ragazze venissero semplicemente a confidarsi. Non cercavano uno psicologo, non cercavano qualcuno che dicesse loro cosa fare. Cercavano soltanto un luogo sicuro nel quale poter parlare senza sentirsi giudicati. Alcuni mi hanno raccontato di vivere la propria sessualità con grande sofferenza perché, all’interno della propria famiglia, sentivano di non essere accettati. Non era il mondo a spaventarli più di tutto. Era la paura di deludere un padre, una madre, i propri familiari. Era il timore di perdere proprio quell’amore che dovrebbe essere il più incondizionato di tutti.
In quei momenti non ho mai pensato di avere risposte. Non ho mai dispensato consigli, perché credo profondamente che nessuno possa indicare a un’altra persona la sua strada. Ognuno ha il diritto di scoprire sé stesso con i propri tempi e con la propria sensibilità. Quello che ho cercato di offrire è stato soltanto ascolto. E spesso ho capito che era proprio ciò di cui avevano bisogno. A volte essere ascoltati senza sentirsi sbagliati vale molto più di qualsiasi discorso.
Per questo, davanti a una vicenda come quella di Mirko, non riesco a non pensare a tutti quei ragazzi e a tutte quelle ragazze che ancora oggi vivono il peso del rifiuto, del silenzio o della paura. Nessuno dovrebbe crescere con il dubbio di meritare meno amore perché è semplicemente sé stesso. Nessuno dovrebbe avere paura di tornare a casa o di raccontare ciò che prova.
Vorrei dire una cosa con estrema semplicità. L’omosessualità non è una scelta. Non si sceglie chi amare, non si sceglie il proprio orientamento sessuale. Quello che invece possiamo scegliere è come comportarci verso gli altri. Possiamo scegliere di comprendere, oppure di discriminare. Possiamo scegliere di accogliere, oppure di respingere. Possiamo scegliere di educare al rispetto, oppure al pregiudizio. Possiamo scegliere di essere persone capaci di ascoltare o persone incapaci di vedere il dolore che hanno davanti agli occhi.
Penso che possiamo imparare ad ascoltare di più ed a giudicare di meno. Possiamo ricordarci che dietro un sorriso può nascondersi una sofferenza che nessuno vede e che una parola di accoglienza può diventare un’ancora per chi sta affondando. Perché l’amore non dovrebbe mai chiedere a qualcuno di cambiare per essere amato. Dovrebbe semplicemente dire: io ti voglio bene, per ciò che sei.





