Ci sono vicende che mi appassionano. Altre che mi incuriosiscono. E poi ci sono quelle che mi lasciano semplicemente perplesso. La grazia concessa a Nicole Minetti appartiene a quest’ultima categoria.
Sia chiaro fin dall’inizio: del passato giudiziario della Minetti mi interessa relativamente poco.
Con il passare degli anni ho imparato una cosa semplice e scomoda: gli esseri umani usano metri diversi per giudicare gli errori degli altri, per non parlare dei propri…
Errori identici vengono pesati in modo diverso.. a volte magari è un cognome “noto”, altre il conto in banca, altre ancora l’appartenenza politica, e perchè no anche la simpatia o antipatia che suscita il/la protagonista della storia.
Il tempo mi ha insegnato anche un’altra cosa. La giustizia, quella con la G maiuscola, non appartiene a questa terra. Qui abbiamo tribunali, codici, sentenze, avvocati, magistrati e regolamenti. Strumenti indispensabili, certo, ma la Giustizia assoluta è un’altra faccenda. Abita altrove.
E per finire tra le tante cose che il tempo mi ha insegnato e che i “santi” non “operano” in Paradiso perchè lì stanno già tutti bene.
I “santi” servono qui, in questo mondo sporco, contraddittorio, pieno di sfumature, dove tutti sbagliamo e quasi nessuno è innocente abbastanza da poter lanciare pietre senza rischiare di colpirsi un piede o magari rompersi una mano…
Per questo non mi interessa partecipare alla “gara nazionale” sulla Minetti. Trovo che NON sia la Minetti il punto. Il punto è un altro.
Non entrerò nel merito tecnico della grazia.
Ci sono giuristi, costituzionalisti e magistrati che possono discutere per settimane sull’argomento, sulle competenze del Quirinale, sulle procedure previste dall’articolo 87 della Costituzione e sulle interpretazioni della Corte Costituzionale.
Francamente non ho né le competenze, né la presunzione per trasformarmi in professore di diritto costituzionale da tastiera.
Sull’opportunità politica della vicenda, invece, qualche domanda, da semplice cittadino, mi nasce spontanea.
Vorrei chiarire una cosa, prima di proseguire l’articolo: Io sono un nessuno.
Anzi, voglio essere ancora più chiaro: appartengo a quella gigantesca categoria di italiani che osservano i palazzi del potere come si osserva un acquario.
Da fuori.
Vedo i pesci nuotare senza senso. So che devo pulire l’acquario e che devo provvedere a dar loro da mangiare. Senza mai capire cosa accadere realmente dentro l’acquario.
Eppure perfino un nessuno come me, nota quando qualcosa stride.
In questi giorni sono emerse ricostruzioni che citano documenti, criteri e statistiche pubblicate dallo stesso Quirinale. Criteri che parlano di percorsi rieducativi, di pene espiate, di particolari condizioni umanitarie, di reinserimento sociale, di casi eccezionali. Tutte parole che, quando le ho lette una dopo l’altra, mi hanno fatto sorgere una domanda: Dove è la sofferenza nella pena della Minetti? Perché proprio questo caso? Perché, guardando sempre dall’esterno, la procedura per la grazia è stata così rapida e “silenziosa”?
Domande. Pongo solo domande. Che in una democrazia dovrebbero essere considerate normali quanto chiedere l’ora. A proposito a che ora assolviamo i peccati di tutti?
In Italia, spesso accade qualcosa di curioso.
Se fai una domanda sul potere, il problema non diventa la risposta.
Diventi tu.
Non si discute il contenuto.
Si discute il “disturbatore” che ha posto la domanda.
È una sorta di magia nazionale.
Il cittadino chiede: “Perché?”. E immediatamente parte il coro: “Come osi domandarlo?”
Signori e Signori benvenuti allo “spettacolo di magia”… il trucco perfetto. L’inganno c’è, ma nessuno lo vede!
Più efficace della nebbia a Londra. Fumosissimo…
Così il dibattito si trasforma. Non si parla più della grazia. Non si parla più dell’opportunità. Non si parla più della trasparenza. Si parla di chi ha osato fare la domanda. Che “cattivoni” quelli de Il Fatto e di Report… ma come hanno osato! Indagare, domandare, metterci la faccia!…
E allora ecco la strana democrazia chiamata Italia. Un Paese in cui tutti si dichiarano favorevoli alla libertà di stampa purché il giornalista non faccia domande scomode. Un Paese nel quale tutti difendono il diritto di critica purché la critica non riguardi certe persone. Un Paese in cui la trasparenza viene celebrata nei convegni e dimenticata nella realtà e nelle procedure.
“Il problema non è Nicole Minetti. Domani sarà un altro nome. I nomi cambiano sempre. Quello che non cambia mai è la sensazione che esistano due Italie: quella che deve spiegare tutto e quella che non deve spiegare niente.
Forse esagero. Forse mi sfugge qualcosa. Del resto, come ho scritto qualche riga sopra, sono un nessuno e ammetto che bisogna essere qualcuno per capire certe cose e per comprendere i meccanismi invisibili che regolano il rapporto tra potere, informazione e consenso.
Io, invece, resto qui. Con i miei dubbi. Che non sono sentenze. Non sono accuse. Non sono verità assolute.Sono semplicemente dubbi.
In una democrazia sana i dubbi non dovrebbero fare paura a nessuno, non trovate?
Nemmeno ai potenti.
Soprattutto ai potenti.
Un altro dubbio mi attraversa le mente… una democrazia smette di essere tale non quando i cittadini sbagliano le domande ma quando il potere pretende di non dover più rispondere?






