La storia della Troma Entertainment è quella di un outsider cinematografico che, invece di inseguire Hollywood, ha deciso di ridere in faccia a Hollywood. Quando Lloyd Kaufman e Michael Herz la fondarono nel 1974, nessuno avrebbe potuto immaginare che quella piccola compagnia indipendente, nata con più entusiasmo che risorse, sarebbe diventata un punto di riferimento globale per il cinema underground. E non per i budget milionari o gli effetti speciali, ma per la capacità di trasformare il cattivo gusto in una forma d’arte riconoscibile, spudorata e irresistibile.

Il mondo Troma è un universo a sé, dove lo splatter convive con l’erotismo sfacciato, la parodia con l’anarchia visiva, e dove i limiti del “politicamente corretto” non sono solo ignorati, ma trattati come un bersaglio da prendere a martellate. Nei decenni l’etichetta ha raccolto, prodotto e distribuito un numero impressionante di film, superando quota ottocento titoli. Molti di questi lavori sono diventati dei cult assoluti, amati proprio per la loro totale mancanza di rispetto verso qualsiasi forma di compostezza narrative o estetica.

Eppure, dietro a questo caos creativo, la Troma ha svolto un ruolo fondamentale: ha offerto spazio e libertà a futuri giganti del cinema. Prima che diventassero nomi da red carpet, registi come Brian De Palma, Oliver Stone, Trey Parker e Matt Stone, o attori come Robert De Niro, Samuel L. Jackson, Kevin Costner e Marisa Tomei, sono passati — direttamente o indirettamente — dalla galassia Troma. È uno di quei paradossi che solo il cinema indipendente può produrre: ciò che sembra “trash” a prima vista, spesso custodisce i semi del talento puro.

L’identità tromiana, così come la conosciamo oggi, cominciò a prendere forma alla fine degli anni Settanta, quando la compagnia iniziò a produrre commedie sexy leggere e sguaiate, un genere molto distante da quello per cui sarebbe poi diventata famosa. Il vero salto di qualità arrivò però nel 1985, con l’uscita de Il vendicatore tossico, forse il film simbolo dell’intera casa di produzione. Quella storia folle di un ragazzo maltrattato che cade in un barile di rifiuti tossici e rinasce come un mostro giustiziere armato di spazzolone conquistò il pubblico delle proiezioni di mezzanotte e trasformò Toxic in una vera icona culturale. Non solo sequel, ma merchandising, fumetti, cartoni animati e perfino un logo ufficiale: difficile trovare un altro eroe così improbabile e allo stesso tempo così rappresentativo dello spirito Troma.

Da quel momento l’immaginario della compagnia esplose in tutte le direzioni. Tromaville, cittadina fittizia che fa da sfondo a molti film, divenne un teatro permanente di mutanti radioattivi, parodie deliranti, mostri nati dall’inquinamento e supereroi bizzarri come Sgt. Kabukiman, un sergente della polizia newyorkese dotato improvvisamente di poteri kabuki e costretto a combattere criminali armato di ventagli e bacchette. Nel frattempo la Troma continuava a spingersi sempre oltre, con film come Tromeo and Juliet, rivisitazione shakesperiana filtrata attraverso sesso, gore e follia, o Terror Firmer, un’opera metacinematografica che racconta di un regista cieco alle prese con un serial killer pronto a massacrare l’intera troupe.

Parallelamente alla produzione, la Troma non ha mai cessato di recuperare e rilanciare film indipendenti, spesso destinati all’oblio. Uno dei primi fu Blood Sucking Freaks, riesumato e redistribuito con le scene censurate reinserite. Con lo stesso spirito vennero portati al pubblico titoli come Cannibal! The Musical, Killer Condom, Rabid Grannies e persino La sindrome di Stendhal di Dario Argento. Kaufman e Herz avevano capito che, nel mondo del cinema, ciò che è troppo strano per gli altri può trovare una casa stabile nei cataloghi Troma.

Nel corso degli anni la compagnia ha allargato i propri orizzonti con serie televisive, festival dedicati come il Tromadance a Park City e persino una parodia delle regole del Dogma 95. Nacque così il “Dogpile 95”, un manifesto che, invece di imporre austerità e purezza cinematografica, invitava a fare esattamente il contrario: più sesso, più violenza, più assurdità. Una provocazione che riassume perfettamente la filosofia Troma.

Un altro simbolo caratteristico sono le Tromettes, eroine sensuali e combattive, lontane dalle tradizionali scream queen. Non sono solo vittime urlanti, ma figure esuberanti e sessualmente libere, spesso al centro dell’azione. Da Andree Miranda e Phoebe Legere fino a Debbie Rochon e Monique Dupree, le Tromettes incarnano l’anima più sfrontata e giocosa del marchio.

Lo stile Troma è così personale da essere immediatamente riconoscibile: un mix inebriante di splatter, satira feroce, fantascienza delirante, comicità demenziale e un gusto per il grottesco che sfiora l’artigianato punk. Mutilazioni improbabili, mostri fallici animati, vomito, sangue, nudità e situazioni volutamente sopra le righe compongono un linguaggio visivo che ha influenzato generazioni di registi contemporanei, da Tarantino a Rodriguez, da Eli Roth agli stessi creatori di South Park.

Ancora oggi, nell’era dello streaming, la Troma continua a seguire la propria strada, fedele al motto implicito che l’ha sempre guidata: un buon film non ha bisogno di soldi, ma di idee folli e libertà creativa. Forse è questa la ragione per cui, dopo decenni, la Troma rimane un fenomeno unico. Non cerca consenso, non vuole piacere a tutti, non si adegua a niente. E proprio per questo, continua a essere un’istituzione amata da chi vede nel cinema indipendente non solo un genere, ma un atto di ribellione.

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