Tutto parte da un gioco. O, meglio, da due ragazzacci del cinema – Quentin Tarantino e Robert Rodriguez – che nel 2007 decidono di divertirsi con Grindhouse, il loro omaggio al cinema exploitation anni ’70. Sangue, sudore, pistole, arti mozzati e zero vergogna: questo era il menù. Tra un segmento e l’altro (i film erano Death Proof e Planet Terror) infilarono anche una serie di finti trailer, realizzati da registi veri, ma pensati come scherzi. Ed è qui che nasce Machete.
Il trailer fake di Rodriguez era talmente spassoso che quasi chiedeva a gran voce di diventare un film vero. E quando hai Danny Trejo che ti fissa con quella faccia, ti conviene ascoltare. Così Machete diventa un lungometraggio, rigorosamente sporco, cattivo, volutamente esagerato. Una lettera d’amore ai film di serie B (forse anche C, e in certi momenti pure Z).
La trama è semplice come un colpo di machete: un ex agente federale, incastrato dal boss della droga Torrez (un Steven Seagal che finalmente torna nella sua dimensione naturale: quella del cattivo marziale), vaga nelle strade del Texas pronto a farsi giustizia. Viene reclutato per far fuori un senatore corrotto (interpretato da un Robert De Niro in versione “mi diverto a prendermi poco sul serio”), ma naturalmente è una trappola. A salvarlo e spalleggiarlo arrivano una guerrigliera tostissima come Luz (Michelle Rodriguez), un prete armato fino ai denti (Cheech Marin) e una Lindsay Lohan versione pistolera senza controllo. Sul fronte opposto, una Jessica Alba glaciale e sexy nella parte dell’agente ICE Sartana.
È tutto volutamente sopra le righe: le battute, le esplosioni, le sparatorie, persino il sudore sui volti degli attori sembra gridare “ exploitation! ”. E non è un caso. Rodriguez aveva in mente Machete fin dal 1993, convinto che Trejo meritasse una saga tutta sua, proprio come Charles Bronson in Il giustiziere della notte. E qui il regista va a nozze: violenza fumettosa, ritmo forsennato e un cast che sembra divertirsi quanto lo spettatore.
Si respira l’eredità di Desperado e Once Upon a Time in Mexico: la stessa estetica sporca, il gusto per l’esagerazione e la consapevolezza che il cinema, a volte, deve solo essere puro divertimento.
E sì, anche Machete inserisce un paio di finti trailer extra, giusto per ricordarci da dove tutto è partito.
Il risultato? Un piccolo cult moderno.
Non un film “bello” in senso classico, ma uno di quelli che fanno esattamente ciò che promettono: intrattenimento delirante, violenza creativa e Danny Trejo che brandisce un machete come fosse l’estensione naturale del suo braccio.
Insomma, se cercate finezza, guardate altrove.
Ma se volete un’ora e mezza di cinema tamarro al punto giusto, Machete non delude.
