Prima che Chris Evans diventasse il supersoldato più amato della Marvel, c’è stato un altro Capitan America. Un Capitan America… diciamo diverso.
Era il 1990, l’universo dei cinecomic era un territorio selvaggio e a presidiarlo, purtroppo, non c’era Nick Fury ma Albert Pyun, regista di Cyborg con Van Damme e specialista in film dal budget così basso che probabilmente lo scudo di Cap costava quanto un pranzo al fast food.
Il film, va detto, fu un disastro totale: critici tiepidi, pubblico assente e una fama che nel tempo è diventata quasi mitologica. Non per la qualità, ma per il coraggio con cui sbaglia praticamente tutto.
La storia parte in Italia durante la Seconda Guerra Mondiale — sì, in Italia, perché qui i nazisti decidono di trasformare un bambino italiano, Tadzio De Santis, nel Teschio Rosso.
Peccato che nei fumetti il Teschio sia tedesco, si chiami Johann Schmidt e non abbia alcun legame con spaghetti e mandolino. Ma dettagli, vero?
Tra gli scienziati coinvolti c’è la dottoressa Vaselli, che dopo aver assistito all’orrore fugge negli Stati Uniti, si pente di tutto come nei migliori melodrammi e si unisce al progetto supersoldato. Così Steve Rogers — magro, malato di poliomielite e assolutamente inadatto a qualsiasi attività fisica — diventa Capitan America. Ma appena completata l’operazione, la dottoressa viene uccisa, portandosi dietro il segreto della formula. Fine della scalabilità del progetto.
La prima missione di Cap è fermare il missile del Teschio Rosso diretto alla Casa Bianca. Risultato? Viene subito menato come un tappeto persiano e legato sul missile stesso. Però, grazie a un colpo di reni (e un po’ di fortuna), riesce a deviare la traiettoria verso l’Alaska, dove resta congelato come un pescetto Findus per decenni.
Ritrovato negli anni ’60, Rogers si sveglia in un mondo che non riconosce: la fidanzata è ormai anziana, gli amici defunti e l’America non è più quella dei poster patriottici. Ma lui, fedele come solo un eroe d’altri tempi sa essere, indossa di nuovo il costume (rigido, scomodo e poco lusinghiero) e decide di salvare il Presidente — un tipo che lo idolatrava fin da bambino — affrontando ancora una volta un Teschio Rosso davvero poco minaccioso.
Il cast non aiuta: Matt Salinger come Capitan America fa del suo meglio, ma il materiale è quello che è. Scott Paulin come Teschio Rosso, tra trucco incerto e motivazioni confuse, sembra più un antagonista di Power Rangers che un supercriminale Marvel.
Non stupisce quindi che il film non sia mai arrivato al cinema e sia stato spedito direttamente al mercato home video. Anche perché, in quel periodo, i cinecomic avevano un dominatore assoluto: Batman di Tim Burton (1989). E, diciamocelo, affrontarlo con un Teschio Rosso italiano era una battaglia persa in partenza.
Insomma: un film brutto, sì… ma così brutto da diventare quasi affascinante.
Un cimelio da vedere almeno una volta per completisti, nostalgici e per chi vuole capire quanto sia lunga la strada che ha portato ai cinecomic moderni.
