Realizzato da Peter Jackson due anni dopo Bad Taste, questo film è un’esplosione di follia creativa: divertente, sconclusionato, corrosivo, una sorta di Muppet Show se i pupazzi avessero vissuto troppe delusioni, traumi e notti insonni. È una parodia cattiva, sporca e inaspettatamente lucida, travestita da spettacolo di marionette impazzite.

La storia ruota attorno a un teatro popolato da pupazzi animaleschi impegnati a mettere in scena show scintillanti. Sul palco tutto sembra armonia. Dietro le quinte, invece, regna un caos morale che nemmeno un reality televisivo particolarmente degenerato riuscirebbe a imitare.

Heidi, un’ippopotamo cantante fragile e insicura, cerca conforto nel cibo per sfuggire alla depressione, mentre il marito tricheco, direttore dello show, passa il tempo tra tradimenti e affari loschi con personaggi poco raccomandabili. Tra gli attori troviamo una rana traumatizzata dal Vietnam, che cerca di anestetizzare i propri incubi, mentre attorno a lei si muovono figure corrotte, maniacali, disperate come in un bestiario satirico senza scrupoli.

L’arrivo di un giovane riccio di campagna, ingenuo e pieno di sogni, sembra introdurre una possibile via di redenzione. In realtà diventa l’occasione per mostrarci, con sfrontatezza e ironia, quanto questo microcosmo sia un concentrato di miserie e illusioni, fino al collasso totale che chiude il film con un impatto sorprendente.

Meet the Feebles è un’opera oltraggiosa e sorprendente: Jackson dà libero sfogo alla sua immaginazione più scura e satirica, trasformando pupazzi dal budget modesto in interpreti perfettamente capaci di sostituire attori in carne e ossa. Ogni personaggio è una piccola allegoria, come il coniglio playboy convinto di essere gravemente malato o la mosca-giornalista che ronza senza sosta in cerca di scandali, metafora evidente di un certo tipo di informazione sempre affamata di sporcizia da diffondere.

Il film resta un piccolo cult irriverente, capace di far ridere e riflettere allo stesso tempo, grazie a una critica sociale feroce e irresistibilmente goliardica.

Di Gianni Leone, fondatore

Essere antipatico è una vocazione. Non pretendo di dire la “verità” ma almeno limito le “stronzate” cosa che non riesce alla maggior parte degli “Italioti”.

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