Se qualcuno vi dice che negli anni ’70 il cinema italiano non conosceva limiti, Yeti – Il gigante del XX secolo è la prova vivente. O meglio: la prova pelosa, alta dieci metri e con una parrucca così voluminosa che oggi sarebbe considerata patrimonio UNESCO.
Il film nasce chiaramente da una domanda che nessuno aveva mai fatto: “E se facessimo un King Kong… però più economico?”
E la risposta, sorprendentemente, fu sì. Sì rumoroso, sì convinto, sì ingenuo, sì con effetti speciali che sembrano realizzati da un gruppo di volenterosi parrucchieri con troppo tempo libero.
La trama? Un mix irresistibile di tutto ciò che funzionava già in altri film, ma filtrato attraverso quella magia anni ’70 che rende tutto più improbabile. Uno Yeti gigantesco viene ritrovato congelato e riportato in vita grazie alla scienza—una scienza molto vaga, molto italiana, molto “fidatevi”. Una volta risvegliato, l’omone peloso sviluppa un legame affettuoso con una ragazza e un bambino, come ogni bravo bestione cinematografico d’epoca. Poi, ovviamente, arrivano i cattivi: imprenditori senza scrupoli e uomini in divisa con una mira discutibile.
Il risultato è un film che sembra un incrocio tra King Kong, un fotoromanzo e uno spot di bagnoschiuma anni ’70. I modellini delle città distrutte sono così evidenti che ti aspetti di vedere in un angolo un pacchetto di sigarette o una tazza da caffè in scala reale. E gli occhi dello Yeti… quegli occhi da bambola inquietante recuperata da un mercatino dell’usato, fissano l’orizzonte con tutta la malinconia di chi sa di non essere un vero mostro, ma solo un uomo in costume con più colla vinilica addosso che dignità.
Eppure, ed è qui il miracolo, Yeti – Il gigante del XX secolo è diventato un piccolo cult. Un cult del brutto, sì. Un cult involontario, certo. Ma pur sempre un cult. È quel tipo di film che guardi con una birra in mano, con amici complici e una dose di tenerezza. Perché dietro la pellicola c’è un entusiasmo sincero, un amore ingenuo per l’avventura e un’epoca in cui tutto era possibile. Anche girare uno Yeti con la permanente.
Insomma: un mostro gigantesco, un budget minuscolo, una valanga di ingenuità… e tantissimo cuore.
A suo modo, impossibile non volergli bene.
