Riesce difficile credere che un film come L’invasione dei pornonauti sia introvabile: l’umanità dovrebbe conservarlo in teche di cristallo accanto ai tesori dell’antico Egitto. Ma forse il mondo non era pronto per un’opera che osa mescolare fantascienza da bancarella, horror apocalittico, supereroi di dubbia funzionalità e un cattivo che sembra uscito da un fumetto anni ’70 trovato sotto una gamba del tavolo.

La storia si apre con Lady Domina, oscura signora delle tenebre, che decide di trasformare la Terra nel suo “giardino privato di delizie e orrori”. Un progetto di landscaping piuttosto ambizioso, che prevede l’uso di zombie come decorazione da esterni. Il manuale del fai-da-te non copriva questa parte, ma lei ci prova comunque.

Nel caos globale che ne segue, s’incontrano Alice, timida orfanella con il carisma narrativo di chi non ha mai chiesto di essere protagonista, e Jack, un soldato scampato miracolosamente a un massacro grazie – presumibilmente – a un errore di sceneggiatura. I due diventano compagni di sopravvivenza e, soprattutto, vittime di ciò che il budget del film può permettersi come “effetti speciali”.

Poi arriva lui: il dottor Zarro. Uno scienziato psicotico, esaltato, e soprattutto determinato a fare esperimenti improbabili senza l’ombra di un permesso etico. Decide, non si sa bene perché, di trasformare Jack nel primo (e probabilmente ultimo) supereroe post-apocalittico del cinema: Capitan SuperPower. Il suo potere principale pare essere l’entusiasmo, perché il costume sembra cucito da un parente che sa usare la macchina da cucire “abbastanza bene”.

La missione di Capitan SuperPower è semplice sulla carta: riportare il mondo alla normalità. Nella pratica, deve affrontare zombie, stregonerie, astronavi che sembrano assemblate con il nastro adesivo e Lady Domina, la cui interpretazione va dal melodrammatico al “mi sto divertendo troppo per recitare davvero”.

Gli effetti speciali oscillano tra “dramma scolastico” e “abbiamo finito il budget, usate quello che trovate in garage”. Ma è proprio questa magia artigianale, questo trash genuino e sincero, che rende il film un’esperienza ultraterrena.

Non è un film: è un meteorite impazzito che attraversa i generi, sfonda la logica e atterra direttamente nel cuore di chi ama il cinema così brutto da diventare arte. Introvabile? Sì. Indimenticabile? Assolutamente.

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