Sì, è successo: anche la Russia ha il suo primo supereroe cinematografico. E no, non è una parodia. Black Lightning (Chernaya Molniya, 2009) arriva prodotto da Timur Bekmambetov – quello che con I guardiani della notte aveva fatto sperare in un nuovo cinema di genere locale – e diretto da Alexandr Voitinsky e Dmitriy Kiselev.
Ed è la prova vivente che i russi i film di supereroi li sanno fare… copiando senza freni da quelli americani.
La storia è la classica favola supereroistica travestita da “novità”: siamo a Mosca, dove il giovane studente Dima (Grigoriy Dobrygin) riceve dal padre una Volga nera che sembra uscita da un mercatino dell’usato con lo sconto. Solo che questa Volga vola. E quando dici “vola”, intendo proprio come la DeLorean di Ritorno al futuro, ma con meno stile e più ruggine.
Poi, come da manuale, arriva il trauma personale che cambia la vita. E voilà: Dima decide di usare la sua auto volante per difendere i giusti dalla malvagità del perfido Kuptsov, un villain che sembra un miscuglio tra un boss dei diamanti, un politico corrotto e un attore capitato sul set per sbaglio. La città lo battezza “Fulmine Nero” e da qui parte il resto, tutto ampiamente prevedibile.
Il problema?
Il film funziona… ma l’originalità è rimasta parcheggiata altrove.
I riferimenti (diciamo pure “copie”) sono talmente evidenti che non serve nemmeno essere esperti di cinema per notarli. Dima è Peter Parker con il passaporto russo: studente un po’ imbranato, con un nemico miliardario alle calcagna e una cotta per una ragazza che sembra la versione moscovita di Mary Jane Watson. L’amico ricco? Versione discount di Harry Osborn. L’origine eroica basata su un lutto? Qui non si inventa proprio nulla: Zio Ben ringrazia.
E poi c’è il rapporto “ragazzo + macchina speciale”, che è praticamente un remake sentimentale di Transformers – solo senza i robot e senza il budget. Il momento in cui Dima riceve l’auto è lo stesso di Sam Witwicky, solo tradotto in russo e condito con un po’ più di malinconia sovietica.
E lo scontro finale?
Lì ci siamo proprio arresi: Fulmine Nero vs villain su un’auto ipermodificata, missili inclusi. È la versione russa della battaglia Iron Man vs Iron Monger, con la Mercedes al posto dell’armatura.
Una matrioska di déjà-vu.
Eppure – e qui arriva la sorpresa – Black Lightning non è affatto un disastro. Anzi, diverte. L’idea della Volga volante è irresistibile e gli effetti speciali, pur non essendo hollywoodiani, sono decisamente migliori di tanti film USA di serie B. L’energia c’è. L’entusiasmo pure. E un certo fascino da “supereroe proletario” funziona più di quanto si possa ammettere senza ridere.
Che dire: non è un film originale, ma è un film sincero. E poi, già solo il fatto che Bekmambetov voglia farne un remake americano chiude il cerchio in un paradosso perfetto: un film russo nato copiando Hollywood, che ora torna in America in versione remake. La matrioska del cinema globale.
Un piccolo cult del “già visto”, che almeno non finge di essere altro.
