Mentre i palestinesi morivano sotto le macerie, l’Italia non solo restava in silenzio: apriva il portafogli. Tra il 2023 e il 2024, in piena campagna di bombardamenti su Gaza, Roma ha quintuplicato le importazioni di armamenti da Israele, portandole a quasi 155 milioni di euro. Una scelta che non è neutrale, perché ogni contratto firmato equivale a finanziare direttamente le fabbriche di morte che alimentano il massacro.

Il rapporto dell’ONU, firmato da Francesca Albanese, lo denuncia chiaramente: il complesso militare-industriale israeliano è diventato la spina dorsale dell’economia dello Stato e il motore che rende possibile l’apartheid e la guerra permanente. Comprando da Israele, l’Italia si rende parte integrante di quel sistema.

Eppure il governo Meloni, pur davanti a decine di migliaia di vittime, continua a difendere gli accordi militari e a respingere la richiesta di sospendere il Memorandum con Tel Aviv o l’accordo di associazione UE-Israele. Una linea che non ha nulla di “difensivo” o “strategico”: è pura complicità politica e morale.

Questa è la verità: l’Italia non è spettatrice della tragedia di Gaza, ma un ingranaggio della sua macchina di distruzione. Un Paese che, in nome degli affari e delle alleanze, ha scelto di stare dalla parte di chi bombarda, affama e umilia un popolo.

Ed è qui che si apre la responsabilità di tutti noi. Tacere significa accettare. Restare neutrali significa schierarsi con l’oppressore. Se davvero crediamo nella dignità umana, è tempo di rompere il silenzio, di pretendere la fine della complicità italiana, di stare dalla parte giusta della storia: con chi lotta per la vita e la libertà, non con chi la nega a colpi di bombe.

Di Gianni Leone, fondatore

Essere antipatico è una vocazione. Non pretendo di dire la “verità” ma almeno limito le “stronzate” cosa che non riesce alla maggior parte degli “Italioti”.