20 anni fa veniva brutalmente ucciso Federico Aldrovandi. Nel 2009 scrissi un articolo dal titolo: Omicidio, silenzi e violenza di Stato. L’Italia massacra i suoi figli. La vicenda di Federico Aldrovandi.
Oggi torno a scrivere di Federico e lasciatemelo dire, sono incazzato come allora per l’ingiustizia.
Federico Aldrovandi non meritava quella morte. Non meritava di essere ammanettato, picchiato e lasciato senza vita in una strada di Ferrara la notte del 25 settembre 2005. Un ragazzo di 18 anni che aveva diritto a tornare a casa, a vivere la sua giovinezza, a sognare il futuro. Quella vita spezzata gridava e grida ancora giustizia. Una giustizia che non può ridursi a parole di circostanza o a promesse mai mantenute.
Eppure, a distanza di vent’anni, i poliziotti condannati per la sua morte tornano in servizio. Due sono già stati reintegrati, un terzo rientrerà a breve. Hanno scontato sei mesi di carcere e sei mesi di sospensione: una pena minima, sproporzionata rispetto a un omicidio compiuto da chi avrebbe dovuto garantire sicurezza. Non c’è stata destituzione, non c’è stata esclusione definitiva dalla divisa che hanno infangato.
La madre di Federico, Patrizia Moretti, non ha ricevuto neppure una telefonata dal Viminale o dai vertici della Polizia. Nessuna spiegazione, nessun confronto, nessun segno di responsabilità. “Mi sento umiliata e mortificata – dice –. Federico è diventato un simbolo, ma anche i suoi assassini lo sono: il simbolo dell’impunità”.
E come darle torto? In questi anni, politici di ogni schieramento hanno espresso solidarietà, promesso “pene esemplari”, parlato di “mele marce”. Ma il tempo ha dimostrato che erano solo parole vuote. Gli agenti condannati non hanno mai cercato di chiedere scusa, non hanno mai mostrato un atto di coscienza. Lo Stato non li ha mai realmente messi di fronte alle loro responsabilità.
La verità è che la giustizia, in questo Paese, spesso si ferma davanti a una divisa. Eppure la divisa, proprio perché rappresenta lo Stato, dovrebbe esigere più rigore, più responsabilità, non meno. La radiazione dalla Polizia era un atto dovuto. Non applicarla significa rendersi complici di un tradimento: quello verso la memoria di Federico e verso il diritto dei cittadini a credere nelle istituzioni.
Federico non meritava quella morte. E la sua morte merita giustizia vera, non fatta di riti e cerimonie, ma di decisioni concrete, di assunzioni di responsabilità. Finché questo non accadrà, ogni volta che quegli agenti torneranno a indossare la divisa, lo Stato intero sarà colpevole di voltarsi dall’altra parte.
