La Global Sumud Flotilla si prepara a salpare con una rotta chiara: raggiungere Gaza via mare per consegnare aiuti umanitari. A parlare è la portavoce italiana, Maria Elena Delia, che apre alla possibilità di un dialogo ma fissa un punto fermo: “Siamo disposti a discutere di un corridoio umanitario, che vorremmo fosse permanente, ma questo non può sostituire il diritto di navigare liberamente in acque internazionali”.
Il contesto non è secondario. Israele ha dichiarato ufficialmente un blocco navale su Gaza nel gennaio 2009, durante l’operazione Piombo Fuso. L’obiettivo dichiarato era impedire a Hamas di introdurre clandestinamente armi e materiale bellico nella Striscia. Ma a distanza di più di quindici anni, la misura continua a sollevare interrogativi profondi sulla sua legittimità, soprattutto alla luce del diritto internazionale. Con l’avvicinarsi della Flotilla al limite delle 12 miglia che segnano le acque territoriali che Israele dichiara proprio ma sono della Palestina, la questione torna prepotentemente al centro del dibattito.
Il presidente Sergio Mattarella, con il suo appello, ha sottolineato la necessità di salvaguardare la vita degli attivisti e di garantire che gli aiuti arrivino comunque alla popolazione. Le sue parole hanno trovato ascolto trasversale, dalla premier Giorgia Meloni alla segretaria dem Elly Schlein. Il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha ribadito che la Farnesina segue passo passo la missione e che l’Italia è pronta a fornire assistenza consolare.
Ma forse, al di là delle rassicurazioni istituzionali, la vera domanda non riguarda tanto l’incolumità di chi partecipa alla Flotilla, quanto il principio stesso che questa iniziativa incarna: il diritto di portare aiuti umanitari a un popolo stremato da anni di assedio e bombardamenti?
Delia lo ha espresso con chiarezza: “Non vogliamo andare incontro al pericolo per forza, ma chiediamo: perché l’Italia e l’Europa non possono dire a Israele che attaccare navi civili in acque internazionali sarebbe inaccettabile? Perché non si può pensare a un corridoio navale sotto l’egida dell’Onu che garantisca il passaggio degli aiuti?”.
La questione non è solo giuridica, né solo politica. È morale. Quando si parla di Gaza, il rischio è che il diritto internazionale resti sospeso, sacrificato sull’altare della sicurezza. La Flotilla, con le sue navi cariche di cibo e medicinali, rimette la domanda al centro: è lecito bloccare un popolo intero in nome della sicurezza? E soprattutto: il mondo può davvero voltarsi dall’altra parte quando si tratta di garantire aiuti a chi vive sotto assedio?
In questo, forse, la Global Sumud Flotilla ha già raggiunto il suo obiettivo: ricordarci che la solidarietà non può essere considerata un crimine e che il mare non dovrebbe diventare una frontiera invalicabile per la vita.
