Oggi, 3 ottobre 2025, in Italia e in molte città europee le piazze si riempiono di bandiere palestinesi, cori, cartelli che invocano giustizia e pace. Una manifestazione vasta, che non si vedeva da anni, che dà corpo a una solidarietà a lungo repressa, rimossa, quasi proibita. È legittimo chiedersi: perché proprio adesso? E perché c’è voluto così tanto tempo perché la causa palestinese tornasse ad attraversare il cuore della società civile?
Per rispondere bisogna tornare indietro, molto indietro. Alla Nakba del 1948, quando centinaia di migliaia di palestinesi furono espulsi o costretti a fuggire dalle loro terre. Allora nacque la ferita che non si è mai rimarginata: un popolo senza Stato, costretto in campi profughi o sotto occupazione militare. Da allora, la storia palestinese è stata un susseguirsi di promesse infrante e di illusioni spezzate: gli accordi di Oslo degli anni Novanta, che avrebbero dovuto portare a due Stati e a una pace duratura, si sono trasformati in una prigione a cielo aperto per Gaza e in un mosaico di check-point, insediamenti e muri in Cisgiordania.
In questi decenni, il conflitto israelo-palestinese è diventato un conflitto rimosso, confinato a notizia di cronaca, percepito come eterno e insolubile. L’Occidente, schiacciato dal senso di colpa per la Shoah e dalle necessità geopolitiche, ha finito per legittimare uno status quo insostenibile. Parlare di Palestina significava spesso esporsi all’accusa di antisemitismo, confondendo la critica legittima alle politiche di Israele con il rifiuto dell’esistenza stessa dello Stato ebraico. E così la questione palestinese è scomparsa dai radar politici, relegata a margine, mentre la sofferenza cresceva giorno dopo giorno.
C’è voluto tanto tempo perché la piazza tornasse a gridare perché, nel frattempo, altre guerre hanno monopolizzato l’attenzione: dalla Siria all’Ucraina. E perché la società civile europea ha perso fiducia nella propria forza: le grandi manifestazioni contro la guerra in Iraq nel 2003, pur imponenti, non fermarono l’invasione. Da allora, l’idea che le piazze possano cambiare la storia è stata logorata da una sorta di fatalismo. La Palestina, “conflitto eterno”, sembrava un destino scritto.
Oggi però, nel 2025, le cose sono cambiate. Il livello di violenza degli ultimi mesi ha superato ogni limite di tollerabilità. Migliaia di morti, intere famiglie cancellate, quartieri ridotti in macerie, ospedali bombardati. Le immagini che arrivano da Gaza e dalla Cisgiordania non lasciano più spazio all’ambiguità: è una tragedia umanitaria che non si può più fingere di non vedere. E non basta più la retorica della “legittima difesa” per giustificare la distruzione sistematica di un popolo.
Le nuove generazioni hanno fatto il resto. Cresciute in un mondo iperconnesso, non hanno bisogno dei filtri dei governi o delle grandi testate per sapere cosa accade: lo vedono direttamente sui telefoni, nei video, nei racconti in tempo reale delle vittime. E quando la verità arriva senza mediazioni, diventa impossibile restare indifferenti. Per questo, oggi, i giovani sono la parte più viva di questa manifestazione: gridano non solo contro la guerra, ma contro il silenzio che l’ha resa possibile.
Questa piazza è tardiva, sì. Avrebbe dovuto esserci prima, molto prima. Avrebbe dovuto alzarsi quando Oslo veniva tradito, quando i muri venivano costruiti, quando le colonie si moltiplicavano, quando le risoluzioni dell’ONU restavano lettera morta. Ma meglio tardi che mai: il silenzio complice è peggiore di ogni ritardo.
Oggi la piazza non è contro Israele, e non è nemmeno un ingenuo abbraccio a chi pratica terrorismo. È una piazza per la dignità. Perché un popolo che da più di settant’anni non conosce pace né libertà, che vive sotto occupazione e sotto assedio, che cresce i propri figli senza futuro, ha diritto a esistere e ad autodeterminarsi. È questo che la manifestazione afferma: che la sicurezza di Israele non può significare l’annientamento della Palestina, che la memoria della Shoah non può essere usata come scudo per giustificare l’ingiustizia permanente, che la pace vera non nasce mai dall’umiliazione di un popolo.
C’è voluto troppo tempo perché la coscienza collettiva si risvegliasse. Ma oggi, in questa manifestazione, quel tempo perduto si trasforma in energia. È un messaggio chiaro ai governi: non potete più ignorare. È un messaggio chiaro al mondo: la Palestina non è scomparsa, e non lo farà finché ci sarà qualcuno disposto a gridare il suo nome nelle piazze.
Perché la verità è semplice, e dolorosa: il conflitto israelo-palestinese non è eterno. È solo che non lo si è mai voluto risolvere. E allora la piazza di oggi è importante non solo per la Palestina, ma per noi stessi: per ricordarci che senza giustizia, nessuna pace è possibile.
