C’è qualcosa di profondamente autentico nella storia di Catherine e Nathan, la coppia di origine anglosassone che ha deciso di vivere nei boschi di Palmoli, in Abruzzo, insieme ai loro tre figli e agli animali che amano e rispettano.
Hanno scelto la semplicità. Hanno scelto la natura. Hanno scelto di vivere secondo ciò che sentono giusto per loro, non secondo ciò che la società impone.

Oggi però questa libertà viene messa in discussione. La magistratura sta valutando la loro capacità genitoriale e la patria potestà è stata già sospesa. Non perché i bambini siano trascurati o maltrattati, ma perché la loro famiglia non corrisponde ai parametri di una società che ha smesso di credere davvero nella libertà.

Chi ha visto i servizi televisivi che raccontano la loro storia, come quello andato in onda a Le Iene, non può non aver percepito la serenità dei tre bambini: i loro sorrisi, il loro stupore davanti alla natura, la gioia di una vita fatta di scoperte, di piccoli gesti, di affetto. Questi bambini crescono in un ambiente sano, lontano dall’inquinamento, dal rumore e dall’ansia che avvelenano l’infanzia di tanti coetanei.

Eppure oggi la loro vita viene giudicata come “anomala”. Come se la libertà fosse un privilegio da chiedere e non un diritto da esercitare.
Catherine e Nathan non vivono nella miseria, non sono irresponsabili, non violano leggi. Hanno solo deciso di vivere diversamente, in armonia con la natura e con i propri valori. Hanno deciso di non mangiare animali, di crescere i figli nel rispetto del mondo che li circonda, di usare il tempo non per produrre ma per vivere.

Ma per qualcuno questo basta a renderli “sospetti”. È il sistema che non accetta la differenza, che pretende di far rientrare tutti in schemi predefiniti: una casa come tutte, un lavoro come tutti, un modo di educare come tutti. Una società che parla tanto di libertà, ma che la teme quando si manifesta davvero.

In loro difesa è nata una petizione su Change.org lanciata dall’associazione Meta Parma. In poche ore ha raccolto quasi mille firme. Persone comuni che hanno sentito, anche solo per un attimo, la stessa rabbia e la stessa ingiustizia. “Il sistema sta perseguitando questa meravigliosa famiglia e minaccia di portare via i loro figli”, scrivono i promotori. “Ma con quale diritto? Con quale diritto si tocca una famiglia che non fa del male a nessuno?”.

Questa non è solo la storia di Catherine e Nathan. È la storia di tutti noi, ogni volta che sentiamo di dover giustificare la nostra libertà di essere diversi. È la storia di un mondo che misura il valore delle persone in base alla loro conformità e non alla loro umanità.

Lasciateli vivere.
Lasciate che i loro bambini crescano nella pace del bosco, con il profumo della terra e il canto degli uccelli. Lasciate che una famiglia che non infrange leggi possa scegliere la propria strada, anche se non è quella che seguiremmo noi.

Perché la vera libertà non è quella che si predica nei discorsi ufficiali, ma quella che si difende nella vita reale, quando qualcuno ha il coraggio di viverla fino in fondo.
E Catherine e Nathan, con i loro figli, lo stanno facendo.

Di Gianni Leone, fondatore

Essere antipatico è una vocazione. Non pretendo di dire la “verità” ma almeno limito le “stronzate” cosa che non riesce alla maggior parte degli “Italioti”.