C’è qualcosa che mi pesa sempre di più: vedere persone parlare di tradizioni, identità, valori “di una volta”, senza avere la minima idea di cosa significhi davvero portare quel passato sulle spalle.
Ogni volta che li sento, inevitabilmente penso ai miei nonni paterni, pastori ad Alfedena, e al tipo di vita che hanno condotto. Una vita dura, povera, faticosa, senza alcuna retorica.

I miei nonni hanno vissuto periodi difficili, quelli in cui la montagna non era un paesaggio da cartolina ma il luogo dove lottare ogni giorno per sopravvivere. Mio padre e suo fratello, quando erano piccoli, andavano spesso con le pecore. E non è un modo di dire: erano bambini che affrontavano il freddo, la fatica e le responsabilità degli adulti.
E sì, uscivano con le pezze sui vestiti. Perché quella era la realtà, non un’immagine d’epoca da sfoggiare con orgoglio posticcio.

Questa è la storia della mia famiglia. Una storia fatta di sacrificio, silenzio, mani che lavorano, piedi che camminano per necessità e non per tradizione folkloristica.

Io quella vita non l’ho vissuta sulla mia pelle. Sono stato fortunato. I miei genitori, proprio grazie alle fatiche vissute da loro e da chi li ha preceduti, hanno potuto offrirmi altre possibilità. La mia esperienza è completamente diversa, e ne sono consapevole. E proprio per questo non mi sognerei mai di sbandierare le tradizioni in modo chiuso, ottuso, arrogante.

La mia è una memoria personale, non un vessillo collettivo.
Non rappresenta le tradizioni di un intero paese, non è un’ideologia da difendere salendo su una torre per urlare principi astratti.
E soprattutto non è un accessorio consumistico da tirare fuori solo quando arriva una sagra, magari una di quelle dove poi a lavorare sono sempre gli stessi paesani… magari anche a spese di tutti, visti i contributi che ricevono…

Io non uso le tradizioni come uno scudo contro la società moderna. Non trasformo i ricordi dei miei nonni in un’arma politica o identitaria. E non li uso per attaccare i turisti campani, che spesso vengono disprezzati qui ad Alfedena da quelli che si autodefiniscono “paesani veri”. Per qualcuno i campani, sono solo un bancomat utile, da spremere e poi criticare. E questo, lasciatemelo dire, non è né tradizione né identità: è convenienza travestita da orgoglio.

Fa male vedere come certi parlino di radici senza aver mai sfiorato la verità.
Fa male vedere come si approprino di storie che non gli appartengono.
Fa male vedere come parlino di un passato che non conoscono, mentre ignorano il valore reale di chi quel passato lo ha vissuto davvero.

Le tradizioni non si usano.
Non si manipolano.
Non si brandiscono per sentirsi migliori.
Le tradizioni si ascoltano.
Si rispettano.
Si onorano in silenzio, ricordando chi ha camminato davvero su quei sentieri.

La storia della mia famiglia non è un trofeo. È un’eredità. E non sarà mai un’arma verso il presente, ma un modo per non dimenticare da dove vengo, senza pretendere di dire agli altri cosa debbano essere.

Di Gianni Leone, fondatore

Essere antipatico è una vocazione. Non pretendo di dire la “verità” ma almeno limito le “stronzate” cosa che non riesce alla maggior parte degli “Italioti”.