Le Quattro Giornate di Napoli dovrebbero essere maneggiate con la delicatezza di un oggetto sacro. Furono quattro giorni in cui il popolo, quello vero, scese in strada per liberarsi dall’occupazione nazista. Non c’erano generali, non c’erano piani studiati al tavolo: c’erano uomini, donne, ragazzi, perfino bambini che decisero che la dignità valeva più della paura. E furono anche, e soprattutto, le donne a dare il ritmo della rivolta. Donne che correvano tra le barricate portando messaggi, armi, cure, pane; donne che lottavano mentre proteggevano le famiglie; donne che morirono senza targhe né monumenti, ma che tennero insieme la città quando tutto sembrava crollare. Se Napoli fu libera prima dell’arrivo degli Alleati, fu perché la sua gente non volle inginocchiarsi.

E oggi? Oggi si passa dalle Quattro Giornate ai “quattro salti”, quelli mostrati con orgoglio da una certa politica che confonde il governo con l’animazione turistica. La scena è sempre la stessa: il coro “chi non salta comunista è”, e giù saltelli, risatine, pacche sulle spalle. Una specie di cabaret istituzionale in cui si esibiscono Meloni, Tajani e compagnia, trasformando la piazza in un palcoscenico da sagra paesana. Vien quasi da chiedersi cosa resti della politica quando i leader scambiano la guida del Paese con una coreografia.

Napoli non ha bisogno di questo. Non ha bisogno di cabarettisti travestiti da statisti. Non ha bisogno di cappellini che scimmiottano Trump come quello sfoggiato da Sangiovanni, né dell’ennesima influencer politicizzata come Maria Rosaria Boccia con lo sponsor di turno, né dei “fenomeni” come Rita De Crescenzo che trasformano il degrado in intrattenimento. E francamente, una città che ha dato i natali ad Eduardo De Filippo, a un teatro che è storia e cultura, non può essere ridotta al teatrino da quattro soldi che certi personaggi offrono oggi.

Napoli non è un pubblico da intrattenere, ma un popolo da rispettare.

E allora l’augurio è semplice: che alle prossime elezioni, Napoli faccia ciò che ha sempre saputo fare nei momenti decisivi della sua storia. Liberarsi. Non con le barricate di allora, ma con il voto di oggi. Il voto che non si fa abbindolare dai salti, dai cori, dagli show; il voto che ricorda cosa fu la città quando scelse la dignità invece della sottomissione; il voto che sa distinguere tra chi governa e chi si esibisce. Napoli si liberò allora, e può farlo di nuovo. Basta volerlo, e questa volta non serviranno né fucili, né barricate. Basterà non saltare dietro nessuno.

Di Gianni Leone, fondatore

Essere antipatico è una vocazione. Non pretendo di dire la “verità” ma almeno limito le “stronzate” cosa che non riesce alla maggior parte degli “Italioti”.