A volte mi chiedo come nascano certi film. Poi sento Ferrante dire che “gli squali funzionano, i disastri funzionano, mettili insieme e qualcosa succede” e capisco che il processo creativo di Sharknado è stato probabilmente: “ragazzi, buttiamo tutto nel frullatore e vediamo se esplode”.
Spoiler: è esploso. In tutti i sensi.
Il nostro eroe è Fin Shepard. Ex surfista, ex marito, ex persona tranquilla. Ora professionista nel combattere minacce improbabili. Il destino gli rovescia addosso un tornado pieno di squali (perché ovviamente il meteo di Los Angeles non sapeva più cosa inventarsi) e lui che fa? Si arma di motosega.
Io non so come avrei reagito, ma la motosega non sarebbe stata nei primi 50 oggetti che mi sarebbero venuti in mente. Eppure eccolo lì, che affronta gli squali in caduta libera come se fosse un normale martedì.
Il film deve la sua fama al web. Ma proprio tutta. È diventato virale alla velocità della luce, più per la quantità di persone incredule che per la quantità di squali. La trama è talmente fuori di testa che sembra scritta da un’intelligenza artificiale sotto caffeina, e il bello è proprio quello: Sharknado non tenta nemmeno un secondo di fingersi sensato. E questo, paradossalmente, lo rende perfetto.
Il successo? Travolgente. Tanto da generare un’intera saga che continua a crescere come un temporale mal gestito: Sharknado 2 (in cui a ripiovere stavolta sono le idee), Sharknado 3, Sharknado 4, Sharknado 5 e poi L’ultimo Sharknado – Era ora! Un titolo che trasmette tutto: affetto, disperazione e un pizzico di rassegnazione.
