Ci sono film che cambiano la storia del cinema. E poi c’è L’attacco dei pomodori assassini, che cambia giusto la tua percezione del reparto ortofrutta.

Guardarlo è un’esperienza quasi spirituale. Ti siedi convinto di vedere una sciocchezza e dieci minuti dopo ti ritrovi a chiederti se non sia invece un genio travestito da demenza cinematografica. Perché diciamolo: serve coraggio per fare un film in cui i nemici dell’umanità sono… dei pomodori. Non mutanti, non alieni, non demoni. Pomodori. Rotondi, rossi e arrabbiati come se li avessi lasciati troppo al sole.

La trama? Ah, la trama è un capolavoro di nonsense. L’umanità viene minacciata da un’orda di pomodori assassini che rotolano, saltano, inseguono la gente e sembrano avere un piano malvagio. Quale piano? Non si sa. Non lo sanno gli scienziati, non lo sa il governo, non lo sa nemmeno il regista, probabilmente. Ma va bene così, perché la parola d’ordine è: “Non pensare. Ridi.”

Tra militari confusi, scienziati che sembrano usciti da un cartone del sabato mattina e politici talmente incompetenti da sembrare incredibilmente realistici, il tutto procede con un’allegria che sfiora il sabotaggio artistico. A un certo punto entra in scena addirittura un pomodoro gigante. E tu pensi: “Non possono andare oltre.”
E invece possono.

La bellezza di questo film è che non finge neanche per un millesimo di essere serio. Non ci prova proprio. Abbraccia il trash con la stessa passione con cui un bambino abbraccia il gelato, sbrodolando dappertutto. L’attacco dei pomodori assassini è caos puro, comicità surreale, parodia sfrontata dei film catastrofici… e una celebrazione gioiosa dell’assurdo.

E alla fine, dopo inseguimenti ridicoli, canzoni improbabili e pomodori che rotolano come fossero in gita scolastica, ti ritrovi a pensare:
“Sai cosa? Mi è piaciuto. Anche se non so perché.”

Insomma, un perfetto ShitCult vegetale.
Un film che ti ricorda che il cinema può essere anche questo: stupidissimo, sgraziato, improvvisato… e irresistibile.

Ah, e da oggi guarderai la passata di pomodoro con un po’ più di rispetto.

Di Gianni Leone, fondatore

Essere antipatico è una vocazione. Non pretendo di dire la “verità” ma almeno limito le “stronzate” cosa che non riesce alla maggior parte degli “Italioti”.