max-manfredi“Luna persa“, il nuovo album di Max Manfredi, ha vinto la Targa come miglior disco dell’anno del Premio Tenco.
Quella che leggerete di seguito non è proprio un’intervista, ma una conversazione con un nuovo amico… per conoscerlo e  conoscerci…

All’inizio avevo un po’ di dubbi… non sapevo se ero all’altezza di sbirciare nel “mondo” di Max… poi le sue parole mi hanno rassicurato: “non è detto che si debba essere alti per sbirciare, come dici, nel mio mondo. Basta aver la vista buona, o magari una miopia funzionale...”.

Quattro chiacchiere con Max Manfredi a cura di Gianni Leone

G.L.: “Luna Persa”… il tuo ultimo lavoro mi ha emozionato profondamente, per me è un capolavoro. Molte le date nelle quali sarai in concerto.  Ti prego perdonami questa domanda, forse un po’ banale: ma qual è stata la scintilla che ha dato vita ad una creature così particolare…?

Max Manfredi: La scintilla, per prosaico che possa sembrare, è stato l’invenimento di una produzione migliore delle precedenti. Al repertorio del disco stavo lavorando da tempo, sia con canzoni relativamente nuove, sia con la rielaborazione di materiale molto vecchio (antichizzato, via!). Una volta che ho deciso i pezzi (anche insieme a collaboratori e consiglieri) ci siamo messi lì coi musicisti per le orchestrazioni. Le orchestrazioni non sono solo un vestito, “sono” e diventano il pezzo stesso. Sono la poetica della musica del brano. Abbiamo diviso, di comune accordo, i compiti. Un musicista si occupato di una canzone, l’altro di un’altra, certe altre son venute fuori induttivamente, dalla pratica dei concerti e dalle possibilità della sala d’incisione. Non ci siamo fatti mancare nulla, stavolta, ci siamo anche tolti degli sfizi: percussioni etniche, strumenti come il zimbalom, piuttosto impegnativi anche trasportare, quartetto d’archi, corno francese… persino cromorni… Abbiamo plasmato insieme una creatura inesistente, un golem, un “produttore artistico”. Figura a volte molto importante nei dischi. Noi ne abbiamo fatto a meno, lo abbiamo evocato, ce lo siamo inventato in tanti.

G.L.: Sai Max, io sono un terrone, anche se sono nato a Roma. Mi definisco un immigrato sudista nel mio stesso paese… uno che non ama i ritmi frenetici. Cosa pensi “dell’aperitivo cenato”, un nuovo trend che si sta diffondendo? Io non riesco a capire se è un filosofia, un modo di vivere o una nuova fregatura “escortizzante” per i sensi…

Max Manfredi: Roma, come diceva Govi, “in bassa Italia”. Ci vado spesso. Ti rispondo in modo accorato ed accurato: Non sono un fanatico dell’aperitivo. Non dico che lo odio, ma per me rappresenta un po’ un problema. Se si beve un aperitivo solo, non ha molto senso, ma se ne bevi tre o quattro ti ubriachi prima di cenare. Perché la questione è: l’aperitivo è prima di cena, giusto? Stesso discorso per le cibarie. Se ti portano i piattini di una cena da Trimalcione Barbie, non ti resta più voglia di gustarti i piatti della cena sostanziosa che seguirà. Se invece l’aperitivo sostituisce la cena (e così parrebbe, a volte, dalla varietà e abbondanza delle portate) mi viene a mancare la prossemica della tavolata o dei tavoli da trattoria, casa o ristorante, che per me è parte integrante della cena (il desco, come si diceva un tempo. Il tavolo.). Vero è che, se uno vuol fare un esperimento pittoresco, esistono bar specializzati in aperitivi-cena che sono una specie di mostruoso e splendido self service dove trovi e mangi di tutto, tipo una comida-quilo brasiliana (non so se si scrive così), e quasi una cena in kit. Se vogliamo, ricordano le tapas spagnole. Se la qualità del cibo – e soprattutto dei cocktail – è buona, niente da dire, una volta tanto può essere piacevole saltare la cena in questo modo. A casa di amici si organizza a volte il cosiddetto apelungo. Vivande di vario tipo, che si mangiano piazzati dove si può e si vuole, innaffiate da cospicue quantità di vino. Apelungo in quanto comincia con le intenzioni di un aperitivo, ma poi si prolunga a volte fino al pranzo del giorno dopo. Ma insomma, sono eccezioni. E bisogna che ci siano i punti d’appoggio. Tavoli da cucina o da terrazza, cubi, ma che ci siano. Frustranti sono per me quelle cene in piedi dove ti servi di minestre o pastasciutte senza avere né da sederti, né dove appoggiarle, e devi “gestire” (gesticolare, è il caso di dirlo, come un saltimbanco) posate, piatto, bicchiere, tovagliolo e pane. Non amo nemmeno i self-service quando la coda è troppo lunga. Non si riesce a scegliere bene, si mette tutto nello stesso piatto per non rifare la fila, si scoprono con invidia vivande prelibate nel piatto del più fortunato, o raccomandato, vicino seduto al tavolo accanto. Di regola preferisco aprire la cena con un paio di bicchieri di vino e qualcosa da piluccare: ma già questo è praticamente un antipasto.
Quello che per me è essenziale è la postura, che deve essere del tutto passatista. Culo ben comodo, spazio davanti per le stoviglie appoggiate, sguardi della gente intorno. Le posizioni delle persone. E che stiano lì. Non mi piacciono quegli aperitivi in piedi dei bar sovraffollati dove vuoi rispondere una cosa carina ad una estetista che fa la ballerina, ti volti verso di lei e ti trovi a dirla a un ragioniere vestito da punk. Non come abitudine sociale, almeno. Non come mia abitudine. Aggiungo una certa refrattarietà linguistica verso l’uso indiscriminato del participio passato e lo sprezzo della differenza fra transitivo e intransitivo: “venite mangiati”, “portami giù il bambino già pisciato”, “portami il cane già mangiato che lo piscio”.
“Aperitivo cenato” mi fa venire in mente, chissà perché, il “barolo chinato”. Ma preferisco quest’ultimo, anche dal punto di vista della lingua.

G.L.: Nell’ora del dilettante, è più pericoloso un dilettante o il maestro che sale in cattedra?

Max Manfredi: La cattedra.

G.L.: Molte volte sono confuso… mi capita di vedere intorno a me tanti struzzi con la testa nel terreno… non capisco se sono reali, se sono delle illusioni o se sono io a non essere reale… A te capita mai di  essere circondato da struzzi?

Max Manfredi: Io vivo idealmente sottoterra, quindi mi trovo di fronte un mucchio di facce di struzzi e non sappiamo bene cosa dirci. Quando prendo una boccata d’aria vedo i culi. La posizione dello struzzo è sintomatica.
Nascondendo lo sguardo credono di evitare il male, la violenza, il danno; ma nello stesso tempo rimangono lì in una posizione proverbialmente rischiosa. E’ vero, un po’ succede così: tanta gente che crede che calarsi le braghe sia una difesa. E che non rendersi conto delle cose significhi difendersene. Ma la cosa più triste è che non è così, non tutti sono così, non tutti sono struzzi: però il sistema totalitario non ne tiene conto. E alla fine si convincono anche loro di essere rinoceronti (tanto per cambiare animale, e ricordarsi della vecchia ma lungimirante commedia di Ionesco), e della bellezza del rinoceronte. Quanto al sentirsi reali nell’irrealtà o viceversa dipende da tante cose: anche da quello che si legge, che si mangia, che si beve, o dalle droghe che si assumono.
Se stai con degli ubriachi, e non hai bevuto, o con gente che si è fatta molte canne, e tu non hai fumato, certo, senti di abitare in una dimensione diversa dalla loro, che è comunitaria, e ti trovi isolato. Può capitare anche in una società dove i personaggi salienti (oltre ai politici e al Papa) sono quelli del Grande Fratello. Ma succede anche a chi, ignaro di calcio, ascolti parlare dei tifosi, o, senza nulla sapere di medicina, senta discorrere dei medici: a chiunque non padroneggi il linguaggio che gli altri stan parlando, o non sia partecipe delle loro emozioni. Avviene a ognuno di noi, tranne forse agli esperti del settore, quando siamo alle prese con i linguaggi burocratici.
Credo che si debba capire quando essere isolati è un male, e quando può essere un bene.
Credo che si debba considerare la comunicazione come una possibilità ambigua, quantomeno, e non come una regola positiva.

G.L.: Tiro fuori la rivoltella dei giorni futuri… sei colpi, non uno di più… posso ferire a morte solo sei sogni, mentre gli sgherri del rimpianto continueranno ad inseguirmi… a te capita mai di fare a “pistolettate” con i sogni?

Max Manfredi: Preferisco i mitra.

G.L.: Spesso sono tra le nuvole… Qualcuno alza le vele e scivola… scivola sulle teste dei commedianti anonimi, per poter accompagnare il restauratore di sogni, nella bottega dei dettagli, dei suoni e delle parole ritrovate… Quali sono gli strumenti della tua bottega dei dettagli?

Max Manfredi: Se ho colto la domanda un po’ fluttuante, la mia bottega tiene diversi strumenti. Qualcuno me lo vado a cercare, qualcuno lo trovo, altri son già lì. Certi me li procuro perché mi piace l’idea. Poi tocca vedere chi li usa (e, trattandosi di”strumenti” musicali, chi li suona). Il lavoro si fa allora insieme ai miei collaboratori musicisti. C’è la bottega dei sogni, delle ossessioni e delle idiosincrasie: e poi ci sono i modi e i luoghi in cui si realizza, cambia forma o svanisce. Ci sono quelle che io chiamo “le sirene del materiale”. Uno stimolo che non faceva parte del progetto, ma si inserisce di prepotenza. E’ un po’ come la navigazione in Internet, o come le relazioni d’amore: parti con una idea, con una ricerca, e ti fai distrarre da qualche altra cosa, o persona, che poi si rivela più importante di quella di partenza…

G.L.: Amo l’Italia, la amo veramente. A volte però non la capisco, qualcosa  mi sfugge… mi mancano i poeti.. poveri e pazzi che arricchiscono il mondo… mi mancano ancora di più, quando vedo dei ricchi e presunti savi che impoveriscono il nostro paese… Gironi… viviamo in tanti gironi dove c’è una mobilità di tipo orizzontale… gironi chiusi che non permettono il passaggio da un girone all’altro… gironi governati da pochi che di volta in volta, secondo l’esigenza, dettano i canoni di accettazione, cultura, bellezza, diritti politici e civili… Musica e poesia possono essere veicoli per liberarsi?

Max Manfredi: Poeti poveri e pazzi ce n’è più di quanti non si pensi. Poesia ce n’è tantissima, in giro, anche nei blog; il problema è quanto vale e per chi. Parlo di poesia scritta, detta, non del polline molecolare che non ha ancora sedimentato, non della “poesia di un tramonto”, non della “poesia delle cose” (del resto inconcepibile senza la mediazione percettiva da parte di un individuo; e, per quanto ne sappiamo noi, di un individuo di razza umana).
Parlo proprio di quella fatta dai poeti, cioè da persone che riconoscono se stesse e-o vengono riconosciute da altri come tali. Le strategie poi, per cui i poeti riconoscono se stessi e vengono riconosciuti dagli altri potrebbero riempire un intero libro, anzi, una pubblicazione a dispense!

G.L.: Il futuro… in troppi vogliono prendere qualcosa dal futuro, tu cosa pensi di poter dare?

Max Manfredi: Il futuro è come un mare, si danno bracciate e si prende il fiato.

G.L.: Hai scritto anche due libri, uno con Manuel Trucco “Il libro dei Limerick. Filastrocche, poesie e nonsense” del 1994 e l’altro per i fatti tuoi… “Trita Provincia” del 2002, un libro scritto da chi sa scrivere e per chi sa leggere… hai voglia di raccontare ai nostri lettori il tuo rapporto con la scrittura?

Max Manfredi: Uno impara a parlare e a scrivere, da bambino, metti. Subito si accorge che parlare non serve solo a comunicare, e scrivere non serve solo a fare i compiti. Anzi, impara proprio che “non serve”… che non serve a nulla, eppure c’è… e già è preso nella rete.

G.L.: Un pensiero in libertà da dedicare ai nostri lettori e alle nostre lettrici… ma anche a chi non ci legge…

Max Manfredi: Un piccolo aforisma scherzoso di argomento musicale: “La musica contemporanea è quando non capisci se finiscono di accordare, quella antica è dove non capisci quando inizieranno.”

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