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Con la bava alla bocca. Razza schiava (1978). Un piccolo cult… anzi, un piccolo “cuolt”

Ci sono film che passano nei cinema. Film che passano in TV. E poi ci sono quelli che passano direttamente nella leggenda, senza che nessuno li abbia mai davvero visti. È il caso di questo piccolo cuolt, un’opera talmente marginale da sembrare girata in un universo parallelo dove il budget è un concetto filosofico e la sceneggiatura un’ipotesi lontana.

La trama, se proprio vogliamo chiamarla così, sembra scritta da qualcuno che ha perso una scommessa: personaggi che appaiono e scompaiono, colpi di scena che non colpiscono e scene che… beh, sono davvero scene, questo bisogna riconoscerlo. Eppure, in mezzo al caos, emerge quella scintilla magica che distingue i veri piccoli cult: l’assoluta, totale, disarmante sincerità del disastro.

Gli attori recitano con l’entusiasmo di chi non sa bene cosa sta facendo ma ci tiene comunque a fare bella figura. Gli effetti speciali sono così poveri da diventare commoventi. Il sonoro fa sembrare le audiocassette consumate un lusso. E la regia… be’, la regia c’è. Non sempre, ma c’è.

Eppure funziona. Funziona perché non vuole essere grande cinema: vuole essere un’esperienza, una di quelle che fanno dire:
“Ma davvero qualcuno l’ha prodotto? E io davvero l’ho guardato fino alla fine?”
Sì, e ne sei pure felice.

Questo piccolo “cuolt” è la prova vivente che il trash, quando ci crede davvero, può trasformarsi in poesia involontaria. Non bello, non brutto, semplicemente… indimenticabile.