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“Turkish Star Wars: quando la galassia lontana lontana diventa… Istanbul, più o meno”

Turkish Star Wars non è un film.
È un evento.
Un cataclisma estetico.
Una prova di resistenza psicologica che dovrebbe valere dei buoni da spendere al supermercato.

Perché questo capolavoro del trash anatolico prende Star Wars, lo frulla, lo ricopia male, gli aggiunge karate a caso, mostri di gommapiuma, un’armatura fatta probabilmente con i tappetini dell’auto, e ti serve il tutto con una serietà talmente incrollabile da diventare arte.

Il protagonista, interpretato da un irrefrenabile Cüneyt Arkın, affronta un’epica battaglia per salvare il mondo (quale? Non è mai del tutto chiaro), usando un mix di mosse da action turco anni ’80, salti acrobatici in slow motion anche quando non c’è il minimo motivo e pugni così potenti che sembra stia cercando di picchiare la gravità.

La cosa migliore?
Gli effetti speciali.
O meglio: sequenze prese di peso da Star Wars e incollate senza vergogna, alternate a paesaggi di montagna turca che dovrebbero rappresentare pianeti alieni.
E incredibilmente funziona.
Contro ogni legge dell’universo conosciuto, funziona.

I mostri sembrano costruiti con materiali recuperati da un negozio di giocattoli dimenticato dagli anni ’70.
In una scena epica, il protagonista prende a calci una creatura che sembra un tappeto persiano vivente.
In un’altra affronta robot che paiono studenti travestiti con cartoni della pizza.

La colonna sonora è un furto artistico consapevole: Indiana Jones, Flash Gordon, Star Wars, e forse anche qualche telenovela. Nessuno prova a nasconderlo.
È rubata? Sì.
È epica? Assolutamente sì.

La trama è un delirio mistico-fantascientifico pieno di monaci spaziali, bambini biondi, poteri cosmici, meditazioni strane e un cattivo con un elmo che sembra una pentola decorata. Il tutto raccontato con l’aria solenne di chi sta presentando il nuovo Blade Runner.

Turkish Star Wars incarna lo ShitCult nella sua forma più pura:
• esagerato
• sgangherato
• irresistibile
• e totalmente privo del concetto di “limite”.

Non imita Hollywood.
La assalta, la saccheggia e poi ci costruisce sopra una mitologia propria, folle e irripetibile.

E quando vedi il protagonista allenarsi frantumando rocce a pugni nudi o brandendo un casco di cartone come fosse una reliquia sacra, capisci una verità profonda:

Questo film non è brutto.
È libero.

E tu? Se l’hai visto tutto, senza saltare neanche una scena… sei ufficialmente uno dei prescelti.

Gianni Leone, fondatore
Gianni Leone, fondatorehttps://gkarloff.art/
Essere antipatico è una vocazione. Non pretendo di dire la “verità” ma almeno limito le “stronzate” cosa che non riesce alla maggior parte degli “Italioti”.

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