Kyrsya – Tuftland è uno di quei film che ti convincono a fare una cosa che nella vita reale eviteresti sempre: seguire una sconosciuta su un’auto diretta verso un villaggio sperduto nel nulla. E già questo dovrebbe far capire l’andazzo.

La protagonista, Irina, è una studentessa con la vita in frantumi e l’espressività di qualcuno che ha passato tre notti a litigare con Excel. Decide quindi che la soluzione migliore sia accettare un lavoro stagionale in un paesello rurale che definire “isolato” è riduttivo. È il classico posto dove anche Google Maps ti dice “buona fortuna” e si rifiuta di proseguire.

Arriva a Tuftland e, subito, l’atmosfera è talmente strana che persino i lampioni sembrano evitare di accendersi per non essere complici. Gli abitanti del villaggio hanno quell’aria di gente che partecipa troppo volentieri a feste folkloristiche con maschere inquietanti e coltelli rituali. Il loro sorriso dice “benvenuta!”, ma gli occhi dicono “ci servirai per qualcosa”.

Il film procede lento, silenzioso, teso: non succede nulla, eppure senti che succede tutto. È un po’ come guardare bollire un pentolone… sapendo che dentro c’è qualcuno.

Il bello è che Kyrsya – Tuftland si prende molto sul serio. E nel suo prendersi sul serio diventa perfetto: un folk-horror artigianale, dove i dialoghi sono strani, le inquadrature incomprensibili e l’allegra comitiva di contadini ha tutte le caratteristiche di un gruppo che potrebbe offrirti una torta fatta in casa o sacrificarti agli dèi, a seconda del meteo.

Irina, poveretta, ci mette un po’ a capire che qualcosa non va. Per essere precisi: ci mette praticamente tutto il film. Ma quando finalmente capisce… be’, è troppo tardi. E noi spettatori, che abbiamo intuìto il pericolo dopo cinque minuti, possiamo solo applaudire la dedizione con cui lei ignora ogni segnale di allarme, uno dopo l’altro.

In fondo Tuftland è questo: un viaggio nel disagio rurale, una favola nera sulla fuga dalla città che va terribilmente storta, un folk-horror che non ha paura di essere lento, strano e vagamente irritante. E proprio per questo funziona: ti rimane addosso come l’odore di fumo dei falò di un villaggio che speri di non visitare mai davvero.

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