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La vedova nera: Belle Gunness

Tra le figure più inquietanti della cronaca nera, Belle Gunness occupa un posto a parte, quasi sospeso tra la realtà documentata e la leggenda nera americana. La sua storia appartiene alla stirpe delle cosiddette vedove nere, donne che uccidono nel cerchio domestico, colpendo mariti, figli, conviventi e chiunque possa trasformarsi in ostacolo, profitto o semplice ingombro. Ma nel suo caso questa definizione sembra perfino troppo stretta. Perché Belle non appare soltanto come una donna che sfrutta il veleno e l’inganno per sopravvivere. Appare come una presenza famelica, metodica, capace di divorare intere vite senza lasciare sul volto quasi nessuna traccia di turbamento.

Nata in Norvegia, a Brynhild, e approdata negli Stati Uniti inseguendo il miraggio di una fortuna nuova, Belle porta con sé fin dall’inizio qualcosa di opaco, una durezza che nel tempo si sarebbe fatta sempre più gelida. In America trova marito, Mads Sorensen, e tutto sembra seguire il copione rassicurante dell’emigrazione e del riscatto. Ma dietro quella facciata domestica comincia presto a muoversi un’altra storia, una storia di morti convenienti, di premi assicurativi, di lutti che portano denaro invece che disperazione.

Il primo a cadere è proprio il marito. Muore in un incendio che distrugge la casa familiare, un rogo abbastanza distruttivo da cancellare molte domande e abbastanza “fortunato” da non lasciare su Belle alcuna responsabilità. Lei ne esce pulita, vedova e indennizzata. Con il denaro acquista una nuova abitazione e ricomincia, come se il fuoco non avesse consumato una vita, ma soltanto aperto un’altra opportunità. È qui che il suo profilo comincia a prendere quella forma così tipica e sinistra delle assassine pazienti: nessun gesto plateale, nessuna violenza urlata, soltanto una serie di tragedie che sembrano sempre produrre un tornaconto.

Poi tocca ai bambini. Carolina, la figlia maggiore, viene trovata morta. Poco dopo la segue il piccolo Axel. In entrambi i casi la spiegazione appare semplice, quasi banale, come spesso accade quando il male si traveste da malattia. Un medico liquida tutto come una violenta enterocolite, e anche qui il destino sembra voler proteggere la madre. Solo molto più tardi emergerà il sospetto atroce che a spegnere quelle vite non sia stata una patologia improvvisa, ma una dose abbondante di veleno per topi mescolata nella cena. La minestra, simbolo domestico per eccellenza, si trasforma così in veicolo di morte. È uno di quei dettagli che rendono la storia di Belle tanto perturbante: il delitto non entra in casa, nasce dalla casa stessa.

Ancora una volta Belle non paga nulla. Anzi, incassa. Un nuovo premio assicurativo le permette di cambiare casa e ricominciare da capo, spostandosi con le figlie rimaste e con un bambino che aveva preso in affidamento. Tutto nella sua esistenza sembra seguire un ritmo freddo e perfetto: morte, lutto, denaro, trasloco, nuova vita. Come se il passato fosse una pelle che si può abbandonare ogni volta che diventa troppo stretta o troppo compromessa.

Nel 1902 si risposa. Il nuovo marito è Peter Gunness, agricoltore. La scena sembra di nuovo quella della rinascita, della vedova che ritrova stabilità, della famiglia che si ricompone. Ma anche questo secondo matrimonio si rivela poco più di una parentesi prima dell’ennesimo abisso. Otto mesi dopo Peter muore in un incidente tanto assurdo quanto utile: un pesante tritacarne gli cade addosso da uno scaffale e lo uccide. Un evento che ha il sapore goffo delle menzogne riuscite troppo bene, e che pure basta a consegnare a Belle un nuovo bottino. La fattoria passa a lei, e con essa un regno isolato, perfetto per chi ha bisogno di spazio, silenzio e terra abbastanza profonda da inghiottire i segreti.

Tre anni più tardi sparisce anche il bambino affidato alle sue cure. Ancora una volta nessuna vera conseguenza, nessuna condanna, nessun crollo definitivo della maschera. Belle continua a vivere come se niente potesse davvero toccarla, come se attorno a lei esistesse una zona d’ombra dove la giustizia arriva sempre tardi o non arriva affatto. Ed è nella fattoria che la sua leggenda nera si allarga. La donna ha bisogno di manodopera e assume braccianti, uomini soli, lavoratori di passaggio, persone abbastanza isolate da poter sparire senza troppo rumore. Ma molti di loro, a intervalli regolari, svaniscono nel nulla. Nessuna lettera, nessun addio, nessuna traccia. Solo assenze.

La fattoria di Belle Gunness comincia allora ad assumere i contorni di un luogo maledetto, una proprietà agricola che sotto la superficie della normalità custodisce un segreto marcio e profondo. Là dove dovrebbero crescere raccolti e scorrere stagioni di fatica, si accumulano invece sparizioni, sospetti, silenzi. La casa non è più una casa. È una trappola. E Belle non appare più come una semplice vedova intraprendente, ma come una sovrana del vuoto, una donna che attira vite nella propria orbita per poi farle scomparire nel ventre della terra.

Il 28 aprile 1908 il fuoco torna, come un sigillo che si ripete. La casa dei Gunness viene distrutta da un incendio. Tra le rovine si trovano quattro cadaveri: tre sono quelli dei bambini, il quarto appartiene a una donna senza testa. Le autorità si convincono in fretta che quel corpo sia quello di Belle. La storia sembra chiudersi lì, con una fine spettacolare e conveniente. Una donna mostruosa morta tra le fiamme, il fascicolo pronto per essere archiviato, la contea libera dal suo incubo. Ma il male, quando ha scavato così a fondo, raramente accetta una chiusura così ordinata.

Una settimana dopo, durante indagini di routine, la terra comincia a restituire ciò che aveva custodito. Dai campi, dalle stalle, dal sottosuolo della fattoria emergono cadaveri, resti umani, frammenti ossei. Non una morte, non due, ma un cimitero nascosto sotto la vita quotidiana. È il momento in cui il puzzle si ricompone e la realtà supera ogni orrore immaginato. La fattoria di Belle si rivela per ciò che era davvero: non un luogo di lavoro, ma una fossa comune.

La conferma più inquietante arriva però dall’analisi del corpo attribuito a lei. Quella donna decapitata non è Belle Gunness. Significa che la vedova nera potrebbe essere fuggita, che il fuoco potrebbe essere stato l’ultimo trucco, l’ennesima morte costruita per guadagnare tempo, svanire, cambiare pelle ancora una volta. E qui la sua figura entra pienamente nel territorio della leggenda nera. Perché da quel momento non è più soltanto una serial killer. È anche un fantasma in fuga, una presenza che potrebbe essersi dissolta nell’America immensa lasciando dietro di sé soltanto ossa e ipotesi.

Le autorità, davanti a una verità simile, scelgono il silenzio. Ammettere che Belle non era morta avrebbe significato confessare un fallimento enorme e gettare nel panico la contea, forse mezzo paese. Così il caso viene trattato con fretta, quasi con imbarazzo, come se chiuderlo in fretta fosse più importante che inseguire davvero l’ombra della donna scomparsa. Ma le voci continuano. Testimoni giurano di averla vista negli anni successivi in diverse parti degli Stati Uniti. Il suo volto, o ciò che si credeva fosse il suo volto, riaffiora qua e là come una maledizione che non vuole spegnersi.

Perfino la morte di un anziano avvelenato nel 1931 viene a un certo punto attribuita alla sua mano, come se Belle fosse diventata una creatura capace di attraversare i decenni senza invecchiare, sempre pronta a tornare dove ci sono denaro, fiducia e vulnerabilità da sfruttare. È il destino delle figure come lei: a un certo punto cessano di appartenere solo alla cronaca e diventano incubi popolari, nomi che continuano a vivere perché nessuno ha mai visto davvero il loro corpo fermarsi per sempre.

Il cadavere autentico di Belle Gunness non è mai stato ritrovato. Ed è proprio questa assenza a rendere la sua storia tanto potente e sinistra. Le vengono attribuiti numerosi omicidi certi e molti altri sospetti, abbastanza da farne una delle più spaventose assassine seriali della storia americana. Ma più ancora dei numeri, ciò che resta è l’immagine. Una donna enorme, apparentemente solida e ordinaria, capace di trasformare la casa in veleno, il matrimonio in trappola, la maternità in condanna, la fattoria in un cimitero nascosto.

Belle Gunness continua a inquietare perché incarna una forma di male fredda, lenta, quasi amministrativa. Non il delitto d’impeto, ma la gestione della morte come risorsa. Uccidere, incassare, cancellare, ricominciare. Sempre con lo stesso volto impassibile. Sempre nell’ombra di una normalità che nessuno, all’inizio, avrebbe pensato di dover temere.

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Gianni Leone, fondatore
Gianni Leone, fondatore
Essere antipatico è una vocazione. Non pretendo di dire la “verità” ma almeno limito le “stronzate” cosa che non riesce alla maggior parte degli “Italioti”.

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