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Nobi – Fires on the Plain, l’orrore della guerra secondo Tsukamoto: carne, fame e disfacimento dell’umano

Shinya Tsukamoto torna ancora una volta a farsi interprete delle inquietudini del presente, e lo fa scegliendo di confrontarsi con uno dei nuclei più dolorosi e irrisolti della memoria giapponese: la guerra. In un momento storico in cui il Giappone non ha ancora davvero elaborato i traumi di Fukushima e si prepara, tra ambiguità politiche e revisioni identitarie, a ridefinire il proprio rapporto con l’apparato militare, il regista di Tetsuo decide di adattare per il cinema Nobi – La guerra del soldato Tamura, romanzo pacifista scritto nel 1951 da Ōoka Shōhei sulla base della propria esperienza diretta come soldato nelle Filippine, dove venne fatto prigioniero.

L’operazione è tutt’altro che neutra. Tsukamoto non si limita a riprendere un classico della letteratura antimilitarista giapponese, né a misurarsi con la celebre trasposizione cinematografica realizzata da Ichikawa Kon nel 1959. Quel film, come L’arpa birmana, apparteneva pienamente a quella stagione del dopoguerra in cui il cinema giapponese rifletteva una visione umanista e pacifista, segnata dalla volontà di denunciare la guerra attraverso il dolore, la pietà e la disillusione. Tsukamoto, invece, spinge il materiale originario verso una dimensione più radicale, più fisica, più allucinata. Il suo sguardo non cerca una compostezza morale, ma precipita dentro la materia viva e marcescente del conflitto.

Nel suo cinema, l’uomo è innanzitutto corpo. Corpo vulnerabile, corpo esposto, corpo contaminato. E così i soldati di Nobi non sono eroi tragici né figure simboliche, ma ammassi di carne pulsante pronti a disfarsi, a decomporsi, a essere ridotti a materia organica indistinta. L’umanità non viene evocata attraverso grandi idee o tensioni etiche astratte, ma attraverso un catalogo feroce di resti: cadaveri mutilati, arti amputati, corpi maciullati, teste mozzate, putrefazione, fame, malattia. Il campo di battaglia non è più solo uno spazio di scontro, ma un paesaggio del degrado assoluto, dove l’essere umano perde progressivamente ogni forma, ogni dignità, ogni confine.

È qui che si riconosce con forza il marchio di Tsukamoto. Il regista che con Tetsuo aveva celebrato le mutazioni del corpo in chiave industriale e cronenberghiana, qui porta quella stessa ossessione dentro la guerra, contaminandola con la malattia, la fame e la regressione animale. In Nobi il corpo non si trasforma più per fusione con il metallo, ma per consunzione, infezione, annientamento. La tubercolosi, il cannibalismo, la carne umana che diventa interscambiabile con quella di scimmia, tutto concorre a costruire un universo in cui la guerra dissolve non soltanto la civiltà, ma persino la distinzione tra umano e non umano.

La trama segue il soldato Tamura, sul finire della Seconda guerra mondiale, nelle Filippine. L’esercito imperiale giapponese è ormai allo sbando, ridotto allo stremo, incapace di mantenere un ordine, una gerarchia, una strategia. Dentro questa disorganizzazione totale, la violenza cresce fino a diventare una condizione permanente, una pressione costante che minaccia di far impazzire chiunque. Tamura prova a sopravvivere senza rinunciare ai propri principi, ma il suo cammino è quello di un uomo trascinato dentro un inferno dove ogni residuo di moralità sembra destinato a essere divorato dalla necessità.

Tsukamoto costruisce così un film di guerra che rifiuta qualsiasi dimensione eroica o spettacolare. Non c’è gloria, non c’è epica, non c’è onore. C’è soltanto il collasso della ragione, la fame che divora il pensiero, il caos che travolge gli individui e li riconduce a un livello primario di sopravvivenza. In questo senso Nobi è un’opera profondamente pacifista, ma lo è in modo molto diverso dal cinema classico giapponese del dopoguerra. Il suo pacifismo non passa attraverso la malinconia o la riflessione, bensì attraverso l’immersione brutale nell’orrore. Tsukamoto non argomenta contro la guerra: la mostra come una macchina di decomposizione totale.

Ed è proprio questa scelta a rendere il film tanto potente quanto disturbante. La guerra, in Nobi, non è soltanto un evento storico, ma una malattia della materia e dello spirito. È il punto in cui l’essere umano smette di riconoscersi, in cui il corpo diventa scarto, in cui la fame distrugge il linguaggio, la memoria e il senso morale. Il soldato Tamura, nel suo disperato tentativo di restare umano, diventa così il centro di una riflessione nerissima sulla fragilità dell’etica quando il mondo crolla.

Con questo film Tsukamoto firma una delle sue opere più dure e politiche, capace di intrecciare memoria storica, critica del militarismo e ossessione per il corpo in un’unica, violentissima visione. Nobi non è solo un adattamento letterario né un remake ideale del film di Ichikawa: è una riscrittura feroce del trauma bellico, un’opera che guarda al passato per parlare in modo inquietante al presente. In un Giappone che torna a interrogarsi sulla guerra, sulle armi e sulla propria identità nazionale, Tsukamoto risponde con un film che nega ogni illusione: la guerra non genera grandezza, ma solo carne lacerata, follia e disfacimento.

 

(Shin’ya Tsukamoto, 87′, Giappone, 2014)
Anno: 2014
Regia: Shin’ya Tsukamoto
Sceneggiatura: Shin’ya Tsukamoto, Shohei Ooka
Musica: Chu Ishikawa
Cast: Shin’ya Tsukamoto, Lily Franky, Tatsuya Nakamura, Yûsaku Mori, Yûko Nakamura
Produczione: Kaori Saitô, Ayako Yamanaka

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