Con Zebraman 2: Attack on Zebra City, Takashi Miike riprende il personaggio nato nel film del 2004 e lo trascina in una dimensione ancora più folle, sgargiante e anarchica. Se il primo Zebraman era un omaggio affettuoso e malinconico al mondo del tokusatsu, attraversato da una vena umana e da una riflessione sul fallimento personale e sul desiderio di riscatto, questo sequel del 2010 sceglie invece di estremizzare tutto: colori, ritmo, assurdità, provocazione visiva, satira sociale e fumettismo esasperato. Il risultato è un film che abbandona gran parte della tenerezza dimessa del predecessore per trasformarsi in un’esplosione pop, kitsch e psichedelica.
Miike, del resto, non è mai stato un autore interessato alla misura. E qui si sente chiaramente la sua voglia di non ripetersi. Zebraman 2 non prova a rifare il primo film, ma lo rilancia in una direzione completamente diversa, quasi opposta. Al posto della provincia grigia e della lenta costruzione del supereroe improvvisato, ci troviamo in una realtà futuribile e grottesca, dominata da una città totalitaria chiamata Zebra City, dove per cinque minuti al giorno ogni forma di violenza, sopruso e brutalità è legalizzata. Già questa semplice idea basta a definire il tono del film: non un classico cinecomic giapponese, ma una distopia carnevalesca e feroce, che usa la maschera del supereroe per mettere in scena un mondo impazzito.
La trama si apre con il ritorno di Shin’ichi Ichikawa, interpretato ancora da Shō Aikawa, che si risveglia dopo anni senza memoria. Non ricorda chi sia, né quale sia il suo legame con Zebraman. Accanto a lui si muovono figure eccentriche e aggressive, prima fra tutte la sensuale e pericolosa Zebra Queen, incarnata da una magnetica Riisa Naka, personaggio che diventa il vero centro attrattivo del film. Se il primo Zebraman giocava sul contrasto tra l’anonimato del protagonista e la grandezza immaginaria dell’eroe, qui il conflitto si fa più spettacolare e più apertamente fumettistico: bene e male diventano performance, costume, posa, potere scenico.
Ed è proprio Zebra Queen uno degli elementi più memorabili del film. Seduttiva, perversa, manipolatrice, costruita come un’icona pop al confine tra idol, villain e dominatrice da manga, la sua presenza sposta il film verso un territorio ancora più ambiguo e delirante. Miike la mette in scena come una figura ipnotica e sovraccarica, quasi una pop star distopica, facendone un contrappunto perfetto a Zebraman. Non è solo l’antagonista: è il simbolo di un mondo in cui anche il male è diventato spettacolo, intrattenimento, superficie scintillante.
Dal punto di vista estetico, Zebraman 2: Attack on Zebra City è un trionfo di eccessi. I colori sono saturi fino all’allucinazione, le scenografie sembrano uscite da un incrocio impossibile tra tokusatsu, videoclip, pubblicità e fantascienza da delirio televisivo. Tutto appare artificiale, volutamente sovraccarico, spesso vicino al cattivo gusto programmato. Ma è proprio questa scelta a dare al film la sua identità. Miike non cerca mai l’eleganza: cerca l’impatto, l’euforia visiva, il piacere del caos.
Rispetto al primo capitolo, qui il regista accentua fortemente la componente di satira. Zebra City non è soltanto uno scenario fantasioso: è anche una caricatura di una società dominata dal controllo, dalla spettacolarizzazione del potere e dalla normalizzazione della violenza. L’idea dei cinque minuti quotidiani in cui tutto è permesso non funziona solo come trovata narrativa, ma come deformazione grottesca di un mondo in cui l’aggressività è ormai incorporata nello spettacolo e nel sistema. In questo senso, il film porta avanti una critica sociale che, pur sempre immersa nell’assurdo, risulta meno ingenua di quanto possa apparire a una prima occhiata.
Naturalmente, chi cerca in Zebraman 2 la stessa componente emotiva del primo film potrebbe restare spiazzato. Qui c’è meno malinconia, meno intimità, meno tenerezza. Il percorso umano del protagonista cede spesso il passo allo sberleffo, alla parodia, al gusto per la deformazione pop. Eppure, anche dentro questo circo visionario, continua a battere il cuore di un cinema che ama profondamente il supereroe giapponese come figura di resistenza, di trasformazione e di rinascita. Zebraman resta, in fondo, un personaggio che cerca di opporsi al caos e al degrado, anche quando il mondo attorno a lui è ormai diventato una discoteca totalitaria fuori controllo.
Il film vive quindi di una doppia natura. Da un lato è un sequel impazzito, rumoroso, ipercinetico, quasi camp nella sua continua ricerca dell’eccesso. Dall’altro è un’opera perfettamente coerente con il cinema di Miike, con la sua capacità di assorbire i linguaggi più disparati e di restituirli in forma deviata, irriverente, spesso volutamente sgangherata. Dove altri registi avrebbero cercato di rendere il personaggio più “serio”, più internazionale o più convenzionale, Miike compie la scelta opposta: radicalizza il lato più giapponese, più popolare, più folle e più impuro del progetto.
Anche sul piano dell’azione e degli effetti speciali, Zebraman 2 si muove nel solco del tokusatsu, ma con una sensibilità contemporanea. I combattimenti, le trasformazioni, le invenzioni sceniche e il design dei personaggi contribuiscono a costruire un universo che non vuole essere realistico nemmeno per un istante. È un mondo dichiaratamente artificiale, teatrale, esagerato, dove l’effetto speciale non serve tanto a creare illusione quanto a celebrare la finzione stessa.
In definitiva, Zebraman 2: Attack on Zebra City è un film meno compatto e probabilmente meno affettuoso del primo, ma anche più libero, più sfrenato e più radicale. Non è un sequel per tutti: chi amava il tono più malinconico e progressivo di Zebraman potrebbe trovarlo troppo sopra le righe. Ma chi accetta di lasciarsi travolgere dal suo caos cromatico, dalla sua ironia malata e dalla sua energia da fumetto impazzito, vi troverà un oggetto cinematografico unico, profondamente miikiano e capace di trasformare il supereroe giapponese in un’esplosione di satira, kitsch e pura anarchia pop.






