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Meloni e il governo delle giravolte

Giorgia Meloni aveva promesso una cosa sola, prima ancora di promettere tutto il resto: la coerenza. Era questa la merce politica con cui si è venduta agli elettori. Non una leader qualunque, non l’ennesima professionista della propaganda, ma la donna capace di dire oggi quello che avrebbe fatto domani. La donna che accusava gli altri di mentire, di cambiare linea, di piegarsi al potere, di tradire il consenso ricevuto. Poi è arrivata a Palazzo Chigi. E lì, una promessa dopo l’altra, quella presunta diversità si è sbriciolata.

Perché il tratto vero di questi anni di governo non è stata la fermezza. È stato il contrario: annunci granitici, parole assolute, toni da ultima battaglia e poi puntualmente correzioni, frenate, inversioni, aggiustamenti. Non l’eccezione, ma il metodo. Non l’incidente, ma lo stile.

Il caso delle accise è forse il più rivelatore, perché riguarda uno dei simboli più usati dalla destra quando stava all’opposizione. Per anni Meloni e il suo partito hanno raccontato che bastava volerlo davvero per alleggerire il peso sui cittadini. Sembrava semplice, quasi elementare. Poi, al governo, quella certezza è evaporata. Le accise sono improvvisamente diventate una materia complicata, piena di distinguo, giustificazioni, mezze misure. In pratica, quello che prima veniva urlato come prova dell’incapacità altrui si è trasformato in una delle tante promesse finite nel cassetto.

Non meno clamorosa è stata la vicenda della tassa sugli extraprofitti bancari. Il governo la presentò con il solito tono roboante, da esecutivo pronto a colpire i forti e a rimettere al centro l’interesse nazionale. Sembrava il manifesto di una nuova stagione. È bastato però lo schiaffo dei mercati perché tutta quella muscolarità si sgonfiasse in poche ore. La misura è stata limata, ridotta, corretta. Il messaggio politico è rimasto, ma la sostanza è stata rapidamente addomesticata. Ancora una volta: il colpo di teatro prima, la retromarcia subito dopo.

Sulle pensioni, poi, il copione è stato identico. In campagna politica si alimentano aspettative, si promettono svolte, si suggerisce che finalmente qualcuno avrà il coraggio di fare ciò che gli altri non hanno fatto. Poi si governa e tutto si restringe, si ridimensiona, si smonta pezzo dopo pezzo. Anche qui la distanza tra il linguaggio dell’opposizione e la pratica del governo è stata enorme. Eppure era proprio su quella distanza, denunciata negli altri, che Meloni aveva costruito il suo mito.

Ma è sul terreno dei migranti che la contraddizione diventa quasi caricaturale. Per anni Meloni ha parlato come se il problema dipendesse solo dalla mancanza di volontà politica di chi governava prima. Una volta al potere, ha continuato a usare lo stesso tono, come se bastasse una frase dura per trasformare la realtà. Il protocollo con l’Albania è stato venduto come la svolta epocale, il simbolo del nuovo corso, la dimostrazione che con lei tutto sarebbe cambiato. E invece sono arrivati ostacoli, blocchi, stop, rinvii, impasse. Ma neppure davanti ai fatti la narrazione è cambiata: si è continuato a rilanciare, a insistere, a recitare la parte del governo del fare anche quando i risultati raccontavano ben altro.

Il nodo politico, però, non è che Meloni abbia scoperto quanto sia difficile governare. Questo lo sanno tutti. Il nodo è che ha costruito il proprio consenso facendo credere il contrario. Ha venduto l’idea che esistesse una soluzione semplice dove gli altri vedevano complessità. Ha fatto credere che bastasse la volontà dove invece esistono limiti, vincoli, rapporti di forza, conseguenze economiche e istituzionali. Ha trasformato la semplificazione in identità politica. E ora paga il prezzo di quella recita.

Per questo il problema non è solo la singola promessa mancata. Il problema è la distanza crescente tra la Meloni che parlava dal palco e la Meloni che governa da Palazzo Chigi. Tra la leader che accusava tutti di incoerenza e la presidente del Consiglio che oggi vive di continue rettifiche. Tra la politica che prometteva rottura e quella che pratica adattamento, mediazione, ripiegamento. Proprio ciò che aveva giurato di non fare.

Alla fine, il punto è persino più grave di una semplice incoerenza. Perché qui non siamo davanti a una leader che ha cambiato idea spiegandone le ragioni. Siamo davanti a una leader che continua spesso a usare il linguaggio della svolta anche quando governa con la logica del rinvio. Che mantiene la retorica della fermezza mentre i fatti raccontano prudenza, cedimento o correzione. Che prova a salvare l’immagine anche quando la sostanza si è già incrinata.

Ed è forse questa la fotografia più nitida dei suoi tre anni: un governo che continua a parlare come se fosse all’opposizione, mentre i fatti lo smentiscono ogni giorno di più. Meloni voleva essere l’antidoto alla politica delle giravolte. Ne è diventata una delle interpreti più evidenti. Con una differenza, però: avendo fatto della coerenza la sua bandiera, ogni sua giravolta pesa molto più di quelle degli altri.

Gianni Leone, fondatore
Gianni Leone, fondatorehttps://gkarloff.art/
Essere antipatico è una vocazione. Non pretendo di dire la “verità” ma almeno limito le “stronzate” cosa che non riesce alla maggior parte degli “Italioti”.

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