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Santanchè sfida Meloni: se la premier non riesce a farla dimettere, quanto conta davvero in Fratelli d’Italia?

La vera domanda politica, ormai, è semplice e brutale: perché Giorgia Meloni non riesce a ottenere le dimissioni di Daniela Santanchè? Se la presidente del Consiglio ha deciso di esporsi pubblicamente, chiedendo alla ministra del Turismo un passo indietro “sulla medesima linea di sensibilità istituzionale” seguita da altri esponenti di governo, allora il punto non è più la forma del messaggio. Il punto è la sostanza del risultato. E il risultato, almeno fin qui, è che Santanchè resta dov’è.

Ed è proprio questo a rendere il caso devastante per Palazzo Chigi. Perché una richiesta pubblica della premier, se non viene raccolta, smette di essere un richiamo istituzionale e diventa la prova di un limite politico. Se Meloni chiede e Santanchè resiste, il problema non è più soltanto Santanchè. Il problema diventa la forza reale della leadership di Meloni dentro Fratelli d’Italia.

Da tempo il nome della ministra è associato a un peso politico e giudiziario che molti nella maggioranza considerano ormai insostenibile. Il processo a Milano per presunto falso in bilancio sulla vicenda Visibilia e l’indagine per ipotesi di bancarotta sono elementi che da mesi alimentano richieste, pressioni e malumori. Eppure Santanchè ha sempre tenuto la posizione. Anche ora, davanti a una sollecitazione esplicita della premier, continua a lavorare, resta al suo posto e conferma i suoi impegni. Non è solo resistenza personale. È una sfida politica aperta.

Ed è qui che affiora la vera crepa interna a Fratelli d’Italia. Perché se una ministra può permettersi di ignorare, almeno nell’immediato, l’indicazione della presidente del Consiglio e leader del partito, significa che dentro FdI esistono rapporti di forza, protezioni e zone di autonomia che Meloni non controlla fino in fondo. Altro che compattezza. Altro che disciplina. Qui emerge una lotta interna che il partito ha finora provato a tenere sotto traccia, ma che ora rischia di esplodere in piena luce.

Il referendum può aver aumentato la pressione generale sul governo, ma il nodo Santanchè era già tutto politico prima ancora che contingente. E oggi si trasforma in qualcosa di ancora più grave: un test di autorità per Meloni. Perché se la premier riesce a ottenere il passo indietro di altri esponenti dell’esecutivo ma non quello di una ministra del suo stesso partito, allora il messaggio che passa è pesantissimo. Passa l’idea di una leadership forte nei toni, ma meno solida quando deve colpire davvero uno dei propri centri di potere interni.

Non è un dettaglio, né una banale schermaglia. È una questione che tocca il cuore del potere meloniano. Santanchè non sta soltanto difendendo se stessa: sta misurando il perimetro della propria forza contro quella della leader di Fratelli d’Italia. E ogni giorno in più trascorso senza dimissioni trasforma questa vicenda in un duello politico che logora soprattutto Meloni.

Per questo la domanda resta lì, sempre più scomoda: se Giorgia Meloni vuole davvero le dimissioni di Daniela Santanchè, perché non riesce a imporle? Per prudenza? Per convenienza? Per calcolo? O perché dentro Fratelli d’Italia la premier non ha mano libera come vorrebbe far credere? Qualunque sia la risposta, una cosa appare chiara: il caso Santanchè non racconta solo l’imbarazzo di una ministra, ma una resa dei conti interna alla destra di governo. E, soprattutto, mette in discussione la capacità di Meloni di comandare davvero fino in fondo nel suo partito.

Gianni Leone, fondatore
Gianni Leone, fondatorehttps://gkarloff.art/
Essere antipatico è una vocazione. Non pretendo di dire la “verità” ma almeno limito le “stronzate” cosa che non riesce alla maggior parte degli “Italioti”.

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