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Delmastro e Bartolozzi lasciano il ministero della Giustizia: il referendum può aver accelerato la resa dei conti

L’uscita di scena del sottosegretario Andrea Delmastro e della capo di gabinetto Giusi Bartolozzi segna una giornata politicamente pesante per il ministero della Giustizia. Le loro dimissioni, maturate dopo ore di forte tensione e dopo un intervento diretto di Giorgia Meloni, arrivano infatti in un momento delicatissimo per il governo, a ridosso dell’esito referendario. Stabilire con certezza se il voto abbia avuto un ruolo determinante sarebbe forse affrettato, ma è difficile non vedere come il nuovo clima politico possa aver reso inevitabile o comunque accelerato una resa dei conti che covava già da tempo.

Non si tratta, in ogni caso, di due uscite marginali. A lasciare sono due figure centrali del dicastero guidato da Carlo Nordio, due nomi che negli ultimi mesi erano finiti ripetutamente al centro di polemiche, tensioni e imbarazzi politici. Più che l’effetto automatico di un solo evento, le loro dimissioni sembrano il punto di caduta di una fragilità già esistente, che il passaggio referendario potrebbe aver contribuito a rendere politicamente insostenibile.

Da Palazzo Chigi è arrivata una nota sobria ma significativa. La premier ha fatto sapere di aver apprezzato il passo indietro di Delmastro e Bartolozzi, ringraziandoli per il lavoro svolto “con dedizione”. Una formula istituzionale che non chiarisce apertamente le cause politiche della scelta, ma che lascia intendere come a un certo punto la loro permanenza sia stata ritenuta non più opportuna.

Nel caso di Andrea Delmastro, il logoramento politico non nasce certo nelle ultime ore. Sul sottosegretario pesavano già da tempo le polemiche legate ai rapporti d’affari con la figlia di Mauro Caroccia, condannato come prestanome del clan Senese. Una vicenda che aveva generato forte imbarazzo e che continuava a rappresentare un punto debole per il governo. Delmastro, nel congedarsi, ha rivendicato di aver sempre combattuto la criminalità e ha negato di aver fatto qualcosa di scorretto, pur ammettendo una leggerezza. Ma proprio questa difesa mostra quanto la sua posizione fosse da tempo esposta e vulnerabile.

Anche per Giusi Bartolozzi la situazione appariva già compromessa da settimane. La sua figura era divenuta sempre più discussa per la gestione politica della campagna referendaria e, in particolare, per la frase pronunciata a una televisione siciliana, quando disse che con la vittoria del sì “ci libereremo dei magistrati”, definendoli “un plotone di esecuzione”. Parole che avevano sollevato polemiche immediate e che hanno continuato a pesare sul suo profilo pubblico. A questo si sono aggiunte le tensioni maturate dentro il ministero su alcuni dossier delicati, che hanno contribuito a rendere la sua posizione ancora più fragile.

In questo senso, più che parlare con sicurezza di un effetto diretto del referendum, forse è più corretto dire che il voto potrebbe aver cambiato il contesto entro cui queste fragilità sono state valutate. Una cosa è gestire figure politicamente ingombranti in una fase di forza; un’altra è farlo quando il governo appare più esposto, più sotto pressione e meno disposto a difendere fino in fondo situazioni già compromesse. Se c’è stato un rapporto tra il referendum e queste uscite, probabilmente va letto in questa chiave: non come causa unica, ma come possibile acceleratore politico.

A rendere ancora più significativa la vicenda c’è poi il comportamento tenuto fino a poche ore prima da Carlo Nordio. Il Guardasigilli aveva infatti difeso entrambi. Su Delmastro si era detto convinto che avrebbe chiarito la propria posizione. Quanto a Bartolozzi, aveva escluso in modo netto che il suo ruolo fosse in discussione. Il cambio di scenario nel giro di poche ore suggerisce che la decisione finale non sia stata il frutto di una semplice evoluzione ordinaria, ma di una valutazione politica più ampia, maturata ai livelli più alti del governo.

Per questo le dimissioni di Delmastro e Bartolozzi assumono un peso che va oltre le loro singole vicende personali. Esse segnalano una difficoltà reale dentro il ministero della Giustizia e aprono un problema politico anche per Nordio, che perde due figure centrali della propria struttura politica e amministrativa. Che ciò sia accaduto proprio all’indomani del referendum autorizza certamente a porsi delle domande. Trasformare però questa coincidenza in una certezza assoluta rischierebbe di semplificare troppo un quadro che appare più complesso.

Resta il fatto che il ministero della Giustizia esce da questa giornata più indebolito. E resta il sospetto politico che il nuovo scenario apertosi dopo il voto abbia reso più difficile rinviare decisioni che fino al giorno prima sembravano ancora evitabili. Non una prova definitiva, dunque, ma un indizio forte del fatto che il referendum, se non ha provocato direttamente la caduta di Delmastro e Bartolozzi, potrebbe almeno aver contribuito a far precipitare una situazione già da tempo sul punto di rompersi.

Gianni Leone, fondatore
Gianni Leone, fondatorehttps://gkarloff.art/
Essere antipatico è una vocazione. Non pretendo di dire la “verità” ma almeno limito le “stronzate” cosa che non riesce alla maggior parte degli “Italioti”.

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