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I giovani hanno salvato la Costituzione: il NO non è stato contro il governo, ma contro una riforma scritta male

Altro che voto di pancia. Altro che incomprensione. Altro che reazione generica contro il governo. Il NO con cui gli italiani hanno respinto la riforma costituzionale è stato prima di tutto un voto nel merito, un giudizio politico e civile su un testo giudicato da molti confuso, sbagliato, squilibrato e pericoloso. E dentro questo risultato c’è un dato che pesa più di tutti: il ruolo decisivo dei giovani, che con il loro voto hanno contribuito in maniera determinante a difendere la Costituzione da una revisione pessima.

È questo il punto che certa destra continua ostinatamente a non voler vedere. Perché ammettere che gli elettori abbiano capito benissimo il contenuto della riforma significherebbe riconoscere una verità semplice e scomoda: gli italiani non l’hanno bocciata per distrazione, per propaganda o per ostilità preconcetta verso il governo Meloni. L’hanno bocciata perché ne hanno colto i limiti, le forzature e le criticità strutturali. Hanno visto, molto più chiaramente di tanti commentatori compiacenti, che non si trattava di una riforma seria, condivisa e ben costruita, ma di un intervento pasticciato, ideologico e scritto male.

Per questo è sbagliato, e anche profondamente offensivo, sostenere, come hanno fatto in queste ore alcune personalità della destra, che gli italiani “non abbiano capito”. È una lettura arrogante, paternalistica e antidemocratica. Quando il popolo vota nel modo desiderato dal potere, allora viene celebrato come sovrano; quando invece respinge una riforma cara alla maggioranza, improvvisamente diventa disinformato, manipolabile, immaturo. È un vecchio vizio di certa politica: invocare il popolo e poi insultarlo appena smette di obbedire.

La verità è più lineare. Gli italiani hanno capito eccome. Hanno capito che quella riforma non migliorava davvero l’assetto istituzionale del Paese. Hanno capito che dietro la retorica della semplificazione e della modernizzazione si nascondeva un intervento fragile, squilibrato, privo di una visione alta e scritto con i piedi. Hanno capito che mettere mano alla Costituzione richiede rigore, profondità, equilibrio e credibilità, non improvvisazione, slogan e forzature di parte. E per questo hanno detto NO.

In questo quadro, il voto dei giovani assume un significato persino più forte. Per anni li si è descritti come apatici, disillusi, assenti, incapaci di incidere davvero nei grandi passaggi democratici. Invece, quando è stato necessario difendere un principio, una struttura di garanzie, un’idea di equilibrio istituzionale, i giovani hanno risposto. Non si sono tirati indietro. Non hanno voltato la faccia altrove. Hanno partecipato, hanno scelto, hanno pesato. E hanno dimostrato una maturità politica che molti, ancora oggi, fingono di non vedere.

Dire che i giovani hanno “salvato” la Costituzione non è dunque una formula enfatica buona per uno slogan: è una constatazione politica. Perché se una parte rilevante delle nuove generazioni si è schierata con nettezza contro questa riforma, lo ha fatto non per spirito di contrapposizione cieca, ma per consapevolezza. Ha capito che non tutte le riforme sono automaticamente un progresso e che non ogni cambiamento merita applausi solo perché viene presentato come innovazione. Esistono anche riforme sbagliate. E questa, per come è stata concepita e scritta, apparteneva chiaramente a quella categoria.

Conta molto, poi, anche il dato della partecipazione. Un’affluenza vicina al 59% non è un dettaglio statistico: è un fatto politico enorme. In un tempo segnato da astensionismo cronico, sfiducia diffusa e disincanto verso le istituzioni, vedere quasi sei elettori su dieci recarsi alle urne significa che il Paese ha avvertito la serietà della posta in gioco. Significa che la cittadinanza ha percepito il referendum non come un appuntamento tecnico o secondario, ma come un passaggio reale di scelta democratica. Ed è sempre una buona notizia quando la democrazia smette di essere commentata soltanto nei talk show e torna a essere praticata nelle urne.

Anche per questo è ridicolo tentare ora di derubricare il risultato a equivoco collettivo. Non c’è stato nessun malinteso di massa. Non c’è stata nessuna incapacità popolare di comprendere. C’è stata, al contrario, una risposta lucida a una riforma debole, mal concepita e mal scritta. Chi oggi reagisce dicendo che “gli italiani non hanno capito” in realtà non sta criticando il livello del dibattito pubblico: sta semplicemente rifiutando il verdetto democratico. E nel farlo mostra un disprezzo evidente non per l’esito, ma per gli elettori stessi.

Il punto, allora, è politico ma non nel senso propagandistico che qualcuno vorrebbe attribuirgli. Questo non è stato sostanzialmente un referendum trasformato in un plebiscito pro o contro il governo Meloni. Sarebbe troppo comodo raccontarla così, sia per chi vorrebbe minimizzare la sconfitta sia per chi vorrebbe usarla strumentalmente come clava contro l’esecutivo. No: il cuore del voto è stato il merito della riforma. Ed è proprio questo che rende la bocciatura ancora più netta. Perché quando i cittadini entrano nel contenuto, valutano il testo e decidono di respingerlo, allora non stanno mandando un semplice segnale politico contingente: stanno pronunciando un giudizio di sostanza.

Ed è un giudizio che andrebbe ascoltato con umiltà, non aggirato con sufficienza. La Costituzione non si tocca come fosse un regolamento qualunque, e soprattutto non si riscrive male pretendendo poi applausi per il solo fatto di aver proposto un cambiamento. Gli italiani questo lo hanno capito. I giovani, in particolare, lo hanno affermato con chiarezza. E chi oggi li liquida come inconsapevoli o manipolati non sta difendendo la riforma: sta solo confermando la povertà culturale e politica di un impianto pensato male, scritto peggio e infine respinto con piena legittimità democratica.

Gianni Leone, fondatore
Gianni Leone, fondatorehttps://gkarloff.art/
Essere antipatico è una vocazione. Non pretendo di dire la “verità” ma almeno limito le “stronzate” cosa che non riesce alla maggior parte degli “Italioti”.

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