l titolo, inutile negarlo, sembra strizzare l’occhio al cinema hard—quello con budget ridicoli e trame ancora più improbabili. Qualcuno potrebbe persino aspettarsi qualcosa del genere “blow job teutonico anni ’70”. E invece no: Il succhione è un film italo–tedesco che tenta di inserirsi nel nobile filone delle parodie horror, quelle alla Fracchia contro Dracula, Gianni e Pinotto contro l’uomo invisibile, L’esorciccio.
Il problema? Il risultato è… be’… alquanto becero. Ma con un suo fascino da reliquia dell’exploitation bavarese.
La trama, che pare scritta durante una festa della birra particolarmente intensa, vede Stan, giovane erede di un castello di famiglia, decidere di trasformarlo in una discoteca. Perché no? Che male può succedere?
Il male arriva subito, letteralmente, dai sotterranei: lì infatti vive ancora Stanislaus, un suo antenato vampiro, assieme alla consorte. E com’è facilmente intuibile, il nobile succhiatore di sangue non è proprio entusiasta del fatto che, sopra la sua cripta, si balli disco music fino all’alba.
Così, infastidito dal baccano, Stanislaus sale a dare un’occhiata al locale… e si mescola tra gli avventori. Da qui in poi, il film procede tra gag che fanno ridere “quasi” (ma proprio quasi), situazioni assurde, un umorismo che a volte sembra evaporato prima di arrivare in scena e diversi elementi erotici-soft tipici dell’exploitation dell’epoca.
Il tutto è una parodia che non ingrana mai del tutto, ma che conserva una sua energia naif, il gusto del demenziale improvvisato e quel sapore di “cinema d’epoca fatto con ciò che passava il convento”.
Non è un bel film. Non è neanche un brutto film: è un film perfettamente inutile. E proprio per questo, un piccolo pezzo di archeologia trash da riscoprire.
