Dopo la condanna a cinque anni di carcere nel marzo del 1900, la figura di Henrietta Bamberger scomparve gradualmente dalle prime pagine. La donna fu effettivamente incarcerata, ma non scontò l’intera pena: nel 1903 risulta rilasciata, con ogni probabilità per buona condotta o per motivi di salute. Da quel momento le cronache non riportano ulteriori processi o fatti clamorosi a lei collegati.

La sproporzione fra le accuse iniziali — “centinaia di vittime”, “ossari nascosti nella cantina” — e l’esito processuale effettivo (una sola condanna per omicidio colposo) fece emergere una costante della stampa di fine Ottocento: la tendenza a trasformare in “mostro” chiunque fosse sospettato di pratiche clandestine di aborto o di aver avuto un ruolo in morti di madri e neonati.

Nel contesto sociale dell’epoca, in cui l’aborto era perseguito penalmente e la mortalità materno-infantile molto alta, un caso come quello della Bamberger diventava terreno fertile per la paura collettiva. Le sue tre ex domestiche, Lizzie Rieger, Mary Haar e Katie Bleckinger, fornirono testimonianze che alimentarono la leggenda nera della “levatrice assassina”, ma in tribunale solo un singolo episodio trovò conferma.

Col passare degli anni, la vicenda fu quasi dimenticata. Non esistono notizie certe sulla vita di Henrietta Bamberger dopo il rilascio: alcune cronache locali alludono a un suo ritiro dalla professione e a una vecchiaia vissuta lontano dalla ribalta, ma nessuna fonte ufficiale conferma data e luogo della sua morte.

Resta, tuttavia, l’impatto della sua storia sulla memoria pubblica: esempio estremo di come la cronaca nera, il pregiudizio sociale e le paure morali possano amplificare vicende individuali fino a farle sembrare il simbolo di un’intera epoc