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Megalopolis di Francis Ford Coppola, un sogno visionario che mi ha lasciato senza fiato

Ho appena finito di vedere Megalopolis su MUBI e faccio fatica a trovare le parole giuste. Non perché non ce ne siano, ma perché il film di Francis Ford Coppola è talmente pieno di idee, simboli, visioni e contrasti da travolgere chiunque lo guardi con mente aperta. È un film che non si limita a raccontare una storia: la inventa, la trasforma, la reinventa davanti ai nostri occhi.

Fin dai primi minuti ho avuto la sensazione di assistere a qualcosa di unico, un esperimento cinematografico che osa dove la maggior parte dei registi si fermerebbe. Coppola non cerca il consenso: cerca la bellezza, l’ambiguità, il pensiero.
Megalopolis è un film che parla del futuro ma anche del presente, della distruzione e della rinascita, della tensione eterna tra potere e utopia. È come se Roma antica e New York si fossero fuse in una sola metropoli onirica, dove l’architettura si confonde con la filosofia e la politica con il sogno.

La storia ruota intorno all’architetto visionario interpretato da Adam Driver, un uomo che sogna di rifondare la civiltà su nuove basi, mentre intorno a lui il mondo si sgretola nel caos e nella corruzione. Non è un eroe classico, ma un moderno Prometeo che paga il prezzo del suo genio. Driver è straordinario: riesce a essere freddo e febbrile allo stesso tempo, fragile e titanico.

Quello che mi ha davvero conquistato è la libertà assoluta con cui Coppola costruisce il film. Ogni scena è un mosaico visivo e sonoro che si muove tra il surreale e il metafisico. Gli effetti digitali non servono a stupire, ma a creare un linguaggio visivo nuovo, dove il reale e l’immaginario convivono senza soluzione di continuità. In alcuni momenti mi è sembrato di vedere un film girato nel futuro, non solo per l’estetica, ma per la consapevolezza con cui riflette sulla nostra epoca.

Megalopolis è anche un film profondamente politico, ma non nel senso tradizionale. Parla della crisi dell’umanità contemporanea, della perdita di senso, del bisogno disperato di ricostruire qualcosa che vada oltre il profitto e la paura.
Ci sono sequenze che restano impresse come visioni: il caos urbano trasformato in opera d’arte, gli scontri verbali che diventano filosofia, i silenzi che pesano più delle esplosioni.

Capisco chi lo definisce caotico o sproporzionato, ma è proprio in quel caos che io ho trovato la sua grandezza. Coppola non fa un film per piacere: fa un film per ricordarci cosa può essere il cinema quando smette di essere un prodotto e torna a essere atto creativo, poetico, umano.

Guardandolo su MUBI mi sono sentito parte di qualcosa di raro: un’esperienza che sfida la logica, che chiede di essere vissuta più che capita. Non tutto si spiega, ma tutto si sente. E alla fine, quando scorrono i titoli di coda, ti rendi conto che Megalopolis non è solo un film: è una dichiarazione d’amore alla civiltà, al pensiero, alla possibilità di ricominciare.

Non so se il pubblico di massa lo capirà o lo accoglierà, ma a me ha ricordato perché amo il cinema: perché può ancora sorprenderci, spiazzarci e farci sognare in grande.
Megalopolis è una follia meravigliosa, e io sono felice di essermi lasciato travolgere.

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