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Vamp (1986), un piccolo cult che merita più amore

Ho rivisto Vamp di Richard Wenk e mi sono chiesto come sia possibile che questo film non venga citato più spesso quando si parla degli anni d’oro dell’horror anni ’80. Sì, perché Vamp è davvero un piccolo cult, di quelli che ti rimangono addosso per stile, atmosfera e quella sua voglia giocosa e un po’ folle di mescolare i generi senza mai prendersi troppo sul serio.

Appena parte, ti ritrovi dentro un trip di neon, colori acidi e musica pop disturbante. È l’essenza degli anni ’80, ma con un tocco di surreale che oggi sarebbe quasi impossibile replicare. E proprio questo è il suo fascino: non vuole essere elegante, vuole essere memorabile.

L’atmosfera del locale notturno dove si svolge gran parte del film è una di quelle cose che non scordi più. Sembra uscito da un fumetto maledetto, pieno di personaggi assurdi, dialoghi sopra le righe e una tensione che si muove continuamente tra l’ironia e l’inquietudine.
E poi c’è lei, Grace Jones. È praticamente un’entità. Non parla quasi mai, ma ogni sua apparizione vale da sola mezzo film. È magnetica, aliena, fuori dal tempo. La sua performance è una danza tribale, un rito, un’esplosione visiva che ti rimane incollata agli occhi.

C’è però un altro aspetto che, paradossalmente, contribuisce a rendere Vamp un film così particolare: le sue imperfezioni. E qui devo ammettere che mi hanno divertito almeno quanto il resto.
Alcune scene sembrano fatte apposta per mettere alla prova il cinefilo masochista che vuole esplorare anche le zone più bizzarre del cinema horror. Per esempio, la vampira che si scioglie al sole con l’effetto visivo di un pupazzo scimmiesco di polistirolo che collassa su se stesso è un piccolo trip artigianale. Oppure i vocalizzi interminabili di uno dei vampiri, che dopo cena sembra impegnato in un’audizione infernale. E come dimenticare la fotografia schizofrenica, che illumina quasi tutte le sequenze alternando luci viola e verdi, come se il direttore della fotografia avesse deciso di trasformare ogni scena in una discoteca sovrannaturale.

Ma è proprio questo mix di stile, follia creativa e libertà totale a rendere Vamp irresistibile per chi ama il cinema di genere. Il film non è perfetto e non vuole esserlo. Preferisce essere imprevedibile, esagerato, vivo.
La trama è semplice quanto basta: due studenti vanno in cerca di una stripper per la loro confraternita e finiscono in un locale pieno di vampiri. Ma la semplicità funziona perché lascia spazio al delirio visivo, all’ironia, alle atmosfere che oscillano tra la risata e il brivido.

Guardandolo, ho provato quella sensazione rara che solo certi film sanno dare: quella di trovarsi davanti a un’opera con limiti evidenti, sì, ma con una personalità così forte da trasformarli in punti di fascino. È uno di quei titoli che ti fanno chiedere perché non venga ricordato più spesso.

Per me Vamp è esattamente così: un piccolo cult nascosto, pieno di stile, ironia, atmosfera e libertà creativa.
Se ami gli anni ’80, i film che non hanno paura di osare e i vampiri illuminati al neon, questo è un viaggio che merita assolutamente di essere riscoperto.

Nicola Samperio
Nicola Samperio
Nato a Milano negli anni Settanta. Viaggiatore curioso e osservatore attento, nei suoi articoli lascia emergere una forte passione per la letteratura, la storia, il cinema e la musica, raccontando il mondo con uno sguardo sensibile, colto e narrativo. La sua scrittura unisce interesse per la cultura e desiderio di esplorare temi, luoghi e storie che aiutano a capire meglio la realtà.

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