Mentre la propaganda si concentra sul “controllo dei confini” e sull’ennesima promessa di “fermare le partenze”, i numeri raccontano un’altra storia: gli sbarchi in Italia stanno tornando a crescere. E insieme a loro, le morti nel Mediterraneo.
Secondo i dati ufficiali del Ministero dell’Interno, nei primi cinque mesi del 2025 sono arrivati oltre 23.000 migranti, con un aumento di 1.847 persone rispetto allo stesso periodo del 2024. Il picco si è registrato a maggio, con più di 7.000 arrivi in poche settimane. Un trend che prosegue anche a giugno, con numeri che smentiscono la narrazione di un fenomeno “in calo”.
La realtà è che, mentre in Europa nel complesso gli sbarchi diminuiscono, l’Italia è l’unico Paese dove gli arrivi continuano a crescere. Secondo i dati Frontex, un terzo di tutti gli attraversamenti irregolari delle frontiere europee avviene sulla rotta del Mediterraneo centrale, quella che conduce alle nostre coste.
Dietro queste cifre ci sono tragedie quotidiane. L’Organizzazione internazionale per le migrazioni (OIM) parla di 233 morti e 225 dispersi solo nei primi mesi dell’anno. Persone annegate nel silenzio, spesso senza nome, mentre le istituzioni italiane ed europee discutono di decreti, accordi con regimi e “missioni di contrasto agli scafisti”.
È un dramma che si consuma lontano dai riflettori, ma che nessuna distanza può rendere meno reale. Le immagini delle navi ferme per ore in attesa di un porto sicuro, le storie dei sopravvissuti che raccontano violenze, fame e torture nei centri di detenzione libici, sono la testimonianza di un’Europa che preferisce voltarsi dall’altra parte.
L’ipocrisia politica è lampante. Dopo la tragedia di Cutro, nel 2023, il governo Meloni aveva promesso una “stretta” per punire gli scafisti “in tutto il globo terracqueo”. Ma i numeri del Viminale dimostrano che le partenze non si sono fermate, e che la strategia della repressione non salva vite, né riduce gli arrivi.
Oggi le partenze dalla Libia sono di nuovo in aumento, mentre la Tunisia – stretta da crisi economica e pressioni internazionali – ha ridotto le uscite di quasi il 90%. Risultato: chi scappa da guerre, carestie e povertà cerca altre rotte, spesso più pericolose.
Eppure, nel dibattito politico italiano, si parla di “numeri sotto controllo” e “successi diplomatici”. La realtà, invece, è che il Mediterraneo resta il confine più letale del mondo. Solo nei primi cinque mesi del 2025, oltre 650 persone hanno perso la vita tentando di raggiungere l’Europa.
Di fronte a questo, il silenzio istituzionale è la forma più crudele di indifferenza.
L’Italia, e con essa l’Unione Europea, hanno il dovere di affrontare la questione migratoria non come un problema di sicurezza, ma come una questione umanitaria e di dignità.
Ogni barcone che affonda, ogni bambino senza nome che il mare restituisce, è la prova che le politiche attuali hanno fallito.
Non serve costruire nuovi muri o stringere accordi con chi viola i diritti umani. Serve ripensare tutto: dalle rotte sicure ai corridoi umanitari, dalla cooperazione internazionale all’inclusione sociale.
Fino a quando la risposta sarà solo repressione e propaganda, gli sbarchi continueranno.
E continueremo a contare morti, non soluzioni.
