C’è un limite oltre il quale la guerra smette di essere guerra e diventa qualcosa di più putrido, più malato, più infame. E quel limite, negli anni Novanta, è stato superato sulle colline di Sarajevo, dove uomini arrivati dall’Occidente pagavano per imbracciare un fucile e mirare ai civili intrappolati in una città affamata, bombardata, ridotta a una trappola di cemento.

Sceglievano una vittima come si sceglie un bersaglio al poligono. Un uomo che correva per cercare acqua. Una donna che attraversava la strada. Un bambino che provava a raggiungere casa. Lo stato d’assedio trasformato in luna park del massacro. E mentre i sarajevesi cercavano di sopravvivere ai cecchini, quei “visitatori” cercavano il brivido. Pagavano per uccidere.

Oggi questa storia torna fuori dalle crepe della memoria grazie a un esposto presentato alla Procura di Milano, che ora indaga per omicidio plurimo aggravato da crudeltà. È un’accusa che pesa come piombo: non solo miliziani serbi, ma anche stranieri, tra cui italiani, avrebbero partecipato a queste “esperienze” a pagamento. Ci sono email, testimonianze, atti dell’Aja, un ex agente bosniaco che parla apertamente di nomi, movimenti e di una verità mai affrontata.

Nel 2007, davanti ai giudici internazionali, l’americano John Jordan raccontò di aver visto uomini ben vestiti, armati come professionisti, aggirarsi tra le postazioni dei cecchini serbi. Non erano militari, non erano lì per difendere nessuno. Erano lì per sparare. Basta rileggere quella testimonianza per sentire il disgusto: “tiratori turistici”, li chiamò.

Dalle testimonianze emerge qualcosa di ancora più agghiacciante. Un tariffario. I bambini, il bersaglio più costoso. Gli uomini in divisa, poi le donne. Gli anziani considerati “gratuiti”. Nessuna invenzione, nessuna esagerazione. Sono frasi scritte in documenti ufficiali, raccolte da chi allora lavorava nei servizi di sicurezza bosniaci.

Alcuni di questi uomini sarebbero arrivati dall’Italia. Torino, Milano, Trieste. Gente ricca, appassionata di armi, abituata alla caccia. Alcuni avrebbero camuffato i viaggi come missioni umanitarie. Pulmini che partivano, tappe in Slovenia, arrivo a Belgrado, poi trasferimento sulle colline bosniache. Un’intera macchina logistica al servizio di un piacere perverso.

I servizi bosniaci, nella ricostruzione del testimone, informarono il Sismi italiano. La risposta fu una sola: il “safari” partiva da Trieste ed era stato fermato. Fine. Nessun nome, nessuna inchiesta, nessun seguito. Un buco nero di responsabilità.

E resta un fatto che pesa come una colpa collettiva: per trent’anni questa storia è rimasta sepolta. Non c’è stata volontà politica di scavare. Non c’è stata pressione pubblica. Non c’è stata sete di verità. Sarajevo ha pianto undicimila morti e in mezzo a quei morti potrebbero esserci uomini ammazzati da cittadini italiani venuti a provare “l’emozione” del colpo perfetto.

La sindaca dell’epoca, Benjamina Karic, nel 2022 presentò una denuncia. Disse che a Sarajevo l’orrore non si archivia. Aveva ragione. E oggi la riapertura di questa vicenda è un atto dovuto, un gesto minimo verso chi ha vissuto con un mirino puntato addosso per quattro lunghi anni.

Non siamo davanti a un’anomalia della guerra. Siamo davanti a un abisso morale. L’idea che uomini abbiano voluto trasformare la vita e la morte di altri esseri umani in un passatempo è un marchio indelebile sulla nostra civiltà.

Non si può più fingere che sia una diceria. Non si può più accettare il silenzio come scudo. Non si può più lasciare che resti sospesa come una storia scomoda.

È tempo di chiedere chi erano questi uomini.
Chi li ha portati lì.
Chi ha permesso loro di farlo.
E perché per decenni nessuno ha avuto il coraggio di dare un nome alla vergogna.

Di Gianni Leone, fondatore

Essere antipatico è una vocazione. Non pretendo di dire la “verità” ma almeno limito le “stronzate” cosa che non riesce alla maggior parte degli “Italioti”.