Ci sono film che cercano di terrorizzarti con atmosfere cupe, effetti speciali avveniristici e tensione crescente. E poi c’è L’armata delle belve, che preferisce spaventarti in un altro modo: ricordandoti quanto, negli anni Sessanta, certe produzioni avessero budget così microscopici da far sembrare un film di serie Z un kolossal hollywoodiano.
La premessa è semplice: un’isola tropicale, esperimenti segreti, mostri che sembrano usciti da uno scatolone di Carnevale e un manipolo di personaggi che prende tutto con una serietà tale da meritare un premio per il coraggio. O per la pazienza.
L’atmosfera è quella tipica del filone “scienza impazzita + giungla + laboratorio fatto probabilmente con materiale recuperato in magazzino”. E già questo basterebbe per divertire. Ma la vera forza del film, involontaria ma irresistibile, è la galleria dei suoi “mostri”. Creature che dovrebbero incutere timore, ma che invece sembrano guardarti implorando: “Non ridere. Ti prego. Almeno aspetta che la scena finisca”.
Gli attori ce la mettono tutta. Davvero. Recitano come se stessero girando Quarto Potere 2, con sguardi intensi e dialoghi drammatici davanti a belve di lattice che fanno fatica a muovere perfino un sopracciglio cucito male. È questa dedizione tragicamente seria che rende tutto così incredibilmente divertente: una lezione imperdibile su come l’impegno degli interpreti non sempre corrisponda alla credibilità del risultato finale.
La storia procede tra fughe, grida, scoperte shock e la solita morale sugli scienziati che giocano a fare Dio. Nulla di nuovo, ma narrato con quel ritmo sincero, un po’ sbilenco, che caratterizza il cinema d’esportazione di quegli anni. Se oggi uscisse al cinema, probabilmente verrebbe scambiato per una parodia. E invece ai tempi era tutto molto serio. O quasi.
Il bello di L’armata delle belve è proprio questo: l’impossibilità di prenderlo sul serio e allo stesso tempo il piacere quasi nostalgico di lasciarsi trasportare da una storia che non funziona mai davvero, ma funziona lo stesso. Un film che tenta di essere horror, finisce per essere involontariamente comico, e alla fine diventa una piccola reliquia cult del cinema di genere più naïf.
Non spaventa, non inquieta, non sciocca.
Ma intrattiene.
E se ami il fascino sghembo dei mostri artigianali e delle trame campate per aria, L’armata delle belve è un’esperienza che vale la pena riscoprire, magari con amici e una buona dose di ironia.
Un film da guardare non per tremare, ma per sorridere. Anche se forse non era quello l’effetto desiderato.
