C’è chi diventa un’icona per talento, chi per dedizione e chi, come Richard Harrison, per un incredibile allineamento cosmico tra baffi, tute da ninja e produttori che vedevano nel caos un’opportunità. Un uomo che, senza volerlo, è diventato il volto più autorevole del cinema ninja più improbabile mai confezionato.
Richard Harrison, classe 1936, nasce in Utah e cresce tra sport, culturismo e sogni di gloria. Con un fisico scolpito e un viso da eroe western, si trasferisce giovanissimo in Europa, dove diventa modello, stuntman e infine attore. Nel cinema italiano degli anni sessanta e settanta trova la sua dimensione: peplum, spaghetti western, poliziotteschi, spionaggio e commedie muscolari. In quel periodo diventa il classico volto che non riconosci subito, ma che hai visto in mezzo catalogo della tua videoteca anni ottanta. Un uomo che ha lavorato con registi improbabili, produttori astuti e troupe che cambiavano forma da un film all’altro come Pokémon evoluti male.
Poi arrivò il periodo ninja. E con esso, il caos.
Prima che la sua immagine venisse clonata in mille pellicole come se fosse un francobollo impazzito, Harrison era una presenza fissa del nostro cinema. Ex culturista, modello e uomo d’azione, alternava ruoli di cattivo, comprimario e protagonista con un carisma glaciale e un’espressività ridotta, sì, ma incredibilmente funzionale. I registi italiani lo adoravano: aveva lo sguardo giusto, la presenza giusta e quella serietà che, paradossalmente, funzionava anche nelle situazioni più folli.
La sua avventura orientale, però, merita un capitolo a parte. Harrison si trovò coinvolto nel labirinto produttivo del ninja cinema, dove scene girate senza contesto finivano poi in film totalmente diversi. La sua dichiarazione è diventata storica: “Le storie erano incomprensibili. Mi davano delle scene da girare senza dirmi a cosa servissero. Nell’ultimo film le mie inquadrature sono finite in nove film diversi. Quando ho provato a protestare, mi hanno pure denunciato e fatto pagare tasse su soldi che non avevo mai visto“.
La grande mano dietro questo delirio era quella di Godfrey Ho, il re del montaggio Frankenstein, capace di trasformare Harrison in protagonista di film che lui stesso non sapeva di aver “interpretato”. Un caso unico nella storia del cinema: un attore costretto non solo a subire la ridicolizzazione involontaria, ma persino a pagare tasse su compensi mai ricevuti. Una beffa che meriterebbe una statua commemorativa nel tempio del trash.
Eppure, nonostante tutto, impossibile non voler bene a Richard. Ha quella qualità rara dei veri eroi del cinema bis: anche nelle situazioni più assurde riesce a mantenere un dignitosissimo aplomb. E ci regala perle immortali, come la scena in Ninja Terminator in cui affronta un granchio ribelle con un coltellino ninja, riportando ordine nell’universo domestico. Una delle più alte espressioni del cinema inconsapevole.
Harrison è diventato un simbolo per chi ama l’imperfezione, il cinema che inciampa, si rialza e continua a correre senza guardarsi indietro. Un protagonista nato per caso, adottato dal trash come patrono e celebrato da chi sa apprezzare la poesia dell’errore.
E in fondo è questo il bello: Richard Harrison non ha cercato la gloria del ninja-trash… è stata la gloria del ninja-trash a trovare lui. E noi spettatori, devoti alla sua involontaria grandezza, non possiamo che ringraziarlo.
