The VelociPastor è quel tipo di film che ti fa chiedere se gli sceneggiatori abbiano perso una scommessa, o se invece l’abbiano vinta in modo spettacolare. L’idea alla base è semplice, quasi banale direi: un prete che, dopo un trauma esistenziale e teologico, scopre di trasformarsi in un velociraptor.
E no, non è un errore di battitura. È proprio la trama.

Il protagonista è un giovane sacerdote in crisi spirituale, che parte per “ritrovare sé stesso” e torna con un potere nuovo di zecca: diventare una creatura preistorica famelica e piuttosto poco incline alla diplomazia. E siccome la vita è già complicata, nel pacchetto troviamo anche ninja, setti segrete, criminali improbabili e una prostituta dal cuore d’oro che diventa la sua… confidente. Il tutto raccontato con la serenità con cui uno racconterebbe una gita al lago.

Gli effetti speciali? Ah, quelli sono un’esperienza a sé. C’è il dinosauro più tenero e artigianale della storia del cinema: sembra costruito con cartone, forbici e una buona dose di ottimismo. Ma proprio per questo è perfetto.
In un altro film sarebbe imbarazzante. In The VelociPastor è arte pura.

Il vero miracolo è che il film non tenta neanche lontanamente di prendersi sul serio. Anzi, sembra dirti: “Lo so che è un disastro, siediti e divertiti con me”. E alla fine, contro ogni logica, funziona. Si ride, ci si affeziona, ci si domanda come sia possibile che qualcuno abbia ottenuto fondi per girarlo, e poi ci si risponde da soli: meno male che li ha ottenuti.

L’energia è quella dei film girati tra amici, con pochi mezzi ma con un entusiasmo così contagioso da far diventare il trash una forma di devozione spirituale. Quasi un pellegrinaggio cinematografico per fan del brutto sublime.

In definitiva, The VelociPastor è un ShitCult benedetto.
Un film che non solo abbraccia il suo nonsense, ma lo eleva a sacramento.

E alla fine, dopo aver visto un prete trasformarsi in velociraptor per punire i malvagi, non puoi fare altro che chiudere gli occhi e dire:
“Amen. E grazie.”

Di Gianni Leone, fondatore

Essere antipatico è una vocazione. Non pretendo di dire la “verità” ma almeno limito le “stronzate” cosa che non riesce alla maggior parte degli “Italioti”.