Ci sono film che guardi per curiosità, altri per amore del cinema, e poi ci sono quelli che guardi solo per poter dire agli amici: “Non potete capire cosa ho appena visto.”
Big Tits Zombie appartiene fieramente alla terza categoria.

La trama è semplice, nel senso che se la guardi troppo da vicino potrebbe dissolversi: un gruppo di spogliarelliste, annoiate e con meno clienti del solito, trova un misterioso libro che risveglia i morti.
E tu pensi: “Ok, già visto.”
Poi ti rendi conto che i morti risvegliati sono zombie, e allora pensi: “Va bene, classico.”
Poi scopri che una delle protagoniste combatte con una katana infuocata mentre un’orda di non-morti totalmente privi di dignità avanza. E lì capisci che il film ha deciso di sganciare la logica dal secondo minuto.

Il bello? Questo delirio sa benissimo cosa sta facendo. Non prova neanche un secondo a farti credere che sia un film serio. Non c’è filosofia, non c’è metafora, non c’è sottotesto. Ci sono solo:
• zombie,
• spogliarelliste,
• sangue finto,
• CGI così povera che sembra renderizzata da un tostapane,
• e dialoghi che farebbero impallidire anche un tizio che parla con il navigatore.

Eppure… funziona.
Funziona proprio perché non pretende niente da te, se non che tu ti rilassi e accetti il trash che sta per inghiottirti con la grazia di uno zombie ubriaco.

La regia di Takao Nakano sembra gridare: “Se dobbiamo essere assurdi, almeno facciamolo con stile.”
E in effetti il film ha una certa poesia kitsch tutta sua: colori esagerati, inquadrature impossibili, e quella atmosfera da festa di quartiere in cui tutti si sono presentati con un costume diverso dal tema.

Big Tits Zombie è l’equivalente cinematografico di uno snack comprato alle tre di notte: sai che non fa bene, sai che non è arte, ma lo divorii lo stesso perché ti dà esattamente ciò che promette.

È un ShitCult dichiarato, un film che non solo cade nel ridicolo, ma ci nuota, ci costruisce una casa e ti invita pure a cena.

E alla fine, quando scorrono i titoli, ti rendi conto di una cosa fondamentale:
ti sei divertito molto più di quanto vuoi ammettere in pubblico.

E questo, per un film del genere, è quasi un capolavoro.

Di Gianni Leone, fondatore

Essere antipatico è una vocazione. Non pretendo di dire la “verità” ma almeno limito le “stronzate” cosa che non riesce alla maggior parte degli “Italioti”.