Non so bene cosa mi abbia spinto a rivedere Manos: The Hands of Fate, ma ogni volta che ci casco dentro è come tornare in un vecchio incubo… uno di quelli così assurdi da diventare inspiegabilmente affascinanti. Questo film non è solo brutto: è quasi un esperimento metafisico su quanto possa essere fragile il concetto stesso di “cinema”.
Realizzato con un budget che probabilmente non avrebbe coperto neanche il caffè del regista, Manos riesce comunque a essere memorabile, anche se per tutti i motivi sbagliati. La trama si muove come un ubriaco al buio: una famiglia si perde, finisce in una casa nel mezzo del nulla, e lì incontra Torgo, l’assistente più inquietante nella storia del low-budget, un personaggio che sembra sul punto di sciogliersi in ogni scena. Parlare di recitazione sarebbe un complimento: gli attori sembrano partecipare a un esperimento sociale senza esserne consapevoli.
Le inquadrature traballano, il montaggio è un puzzle fatto da qualcuno che ha perso metà dei pezzi, gli audio entrano quando vogliono loro e le pause… le pause sono talmente lunghe da diventare meditazioni involontarie sulla vita. Eppure, e qui sta il paradosso, il film è magnetico. Ti cattura con la sua stranezza, con quell’atmosfera da sogno febbrile dove nulla funziona, ma tutto resta impresso.
C’è un che di ipnotico, di accidentalmente surreale: il Maestro con le sue mogli, i riti assurdi, la colonna sonora fuori luogo come poche nella storia del cinema. È come un film girato da un’altra dimensione, dove le regole narrative non esistono e la logica è solo un suggerimento ignorato.
Alla fine, Manos: The Hands of Fate è uno dei più grandi trionfi del fallimento cinematografico. Un’opera così disastrosa da diventare iconica, un monumento alla tenacia e alla totale mancanza di mezzi. Non so dirti se sia un film o una leggenda, ma una cosa è certa: chi lo guarda non lo dimentica. Perché, in fondo, non c’è niente di più potente di un’opera che sbaglia tutto… e per questo diventa immortale.
