Se c’è un luogo dove la parola “normale” perde significato, sono gli allevamenti intensivi. Non serve inventare storie di abusi segreti o pratiche clandestine: basta leggere la legge. Tutto ciò che accade in quelle strutture – per quanto possa sembrare barbaro, assurdo, inconcepibile – è consentito. Le norme non proteggono gli animali dalla sofferenza: ne regolano soltanto il modo in cui deve essere inflitta.
Se racconti a qualcuno che un maialino appena nato può essere castrato, mutilato o privato dei denti senza nemmeno un minimo di anestesia, la risposta più comune è l’incredulità. Si pensa sempre che “ci sarà un limite”, “ci saranno controlli”, “qualcosa impedirà che si esageri”. Ma il limite è proprio questo: la crudeltà non è considerata eccesso, bensì procedura.
È così che milioni di animali iniziano la loro vita. I suinetti vengono afferrati uno per volta, sollevati, immobilizzati. In pochi secondi si tagliano denti e coda. Lo si fa perché conviene, perché evita problemi gestionali, perché il sistema ha bisogno di corpi funzionali, non di esseri viventi. La madre assiste dietro sbarre così strette che non può nemmeno voltarsi: la maternità, negli allevamenti, è un processo industriale.
Le scrofe, infatti, vivono quasi sempre rinchiuse in gabbie che non permettono né movimento né contatto con i cuccioli. Partoriscono, allattano, vengono fecondate di nuovo. La loro vita è ridotta a una funzione riproduttiva ripetuta fino allo sfinimento, finché non diventano “non produttive” e vengono mandate al macello.
Lo stesso meccanismo vale per le mucche e i vitelli. Il legame madre-figlio, che in natura dura mesi, negli allevamenti resiste poche ore. Appena nato, il vitellino viene portato via, spesso mentre la madre lo segue disperata. Il latte, per cui era stato concepito, non gli appartiene: è una materia prima destinata ai consumi umani. Al vitello resta il freddo delle gabbiette, l’isolamento e una vita che raramente supera pochi mesi.
Peggio ancora va ai polli: l’industria non si limita a sfruttarli, li ha letteralmente progettati. Il pollo “moderno” è un ibrido commerciale che cresce così velocemente da diventare, in poche settimane, più pesante di quanto il suo scheletro possa sostenere. Le zampe cedono, il cuore cede, il corpo diventa una macchina fuori controllo, incapace perfino di raggiungere acqua e cibo. Il tutto confinato in capannoni dove migliaia di animali vivono ammassati, in una luce artificiale che impedisce ogni ritmo naturale.
E mentre gli animali di terra soffrono per eccesso di immobilità, i pesci degli allevamenti soffrono per eccesso di densità. Enormi gabbie o vasche ospitano decine o centinaia di migliaia di individui. Non una corrente naturale, non una distanza di fuga, non uno spazio vitale minimo. Le ferite, le infezioni, i parassiti diventano parte del paesaggio quotidiano. In acqua, il silenzio non è sinonimo di serenità: è la forma invisibile della sofferenza.
Il percorso si chiude sempre allo stesso modo: con il viaggio verso il macello. I macelli sono luoghi costruiti per non essere guardati. Lo stordimento, che dovrebbe rendere la morte indolore, fallisce molto più spesso di quanto si creda. Video e testimonianze mostrano animali appesi ancora coscienti, scuoiati mentre respirano, sgozzati mentre si agitano. Ci sono perfino mucche gravide che entrano nelle linee di macellazione: non è un accidente, è previsto, tollerato, legale.
E la domanda che rimane sospesa, sempre, è la stessa: come abbiamo fatto ad accettare tutto questo? Com’è possibile che atti che se compiuti su un cane porterebbero dritti in tribunale, se applicati a milioni di animali diventano una semplice “pratica aziendale”?
È evidente che la sofferenza animale non è un incidente del sistema, ma uno dei suoi ingranaggi. Senza dolore, senza privazione, senza mutilazioni, l’intero modello produttivo crollerebbe. E allora la domanda che dovremmo farci non è “come è possibile che sia legale?”, ma “come è possibile che continuiamo a considerarlo normale?”.
Gli animali non possono parlarci, ma possiamo ascoltare ciò che accade loro. E se qualcosa cambierà, non sarà grazie alle leggi – che oggi proteggono l’industria, non gli animali – ma grazie alle persone che decidono di non voltarsi più dall’altra parte.
Fonte: https://animalequality.it/blog/tutte-le-crudelta-degli-allevamenti-e-dei-macelli/
